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giovedì 5 maggio 2011

Caffè con gli uccellini


Che bello la mattina presto adesso; si può iniziare la giornata bevendo un caffè in compagnia di un sacco di uccellini. Quante cose si devono raccontare. Certo rallegrano la giornata e, quando sto andando al lavoro, mi piace pensare che stanno rassettano le loro case ...



martedì 3 maggio 2011

Fritole co la “maresina”

Ne avete mai sentito parlare? Si tratta di frittelle “povere”, conosciute e diffuse credo solo nella mia zona e nelle vicine Arzignano e Chiampo; sono ottenute con un impasto a base di farina, uova, sale, acqua gasata molto fredda (o latte o birra) e lievito a piacere; si può aggiungere anche scorza di limone grattugiato, oppure grappa. Le varianti più ricche prevedono del riso lungamente bollito.



Componente fondamentale è l’Erba Amara o Matricale, detta anche Atanasia o Tanaceto (Chrysanthemum vulgare, var. Parthenium), che conferisce a queste frittelle un bel colore verde ed un inconfondibile sapore amarognolo, aromatico ma gentile, tanto che l’erba é detta, non a caso, “Maresina”. Se ne utilizzano le foglie, che vengono raccolte quando la pianta non è ancora in fiore.



Nelle zone dove vivo io, di riflesso alle celebri frittelle, la Maresìna é ingrediente pure di torte e frittate. Mia nonna era solita preparare una specie di torta, che friggeva nella farsora, e che chiamava “tortolo”: l’impasto era un po’ come quello delle frittelle, con l'aggiunta di fecola di patate, ma veniva servita come dolce, spolverata di zucchero.

Le frittelle presentano una forma allargata e piatta, con un diametro di 7-8 cm; vanno fritte in pochissimo olio e fatte girare di continuo.
Si devono servire subito, ancora calde, a piacere cosparse di zucchero semolato che viene meno assorbito dalle frittelle calde.
A me piace servirle non zuccherate, come aperitivo. Solitamente, con la stessa pastella, friggo anche alcune foglie di salvia e, se è la stagione giusta, alcuni fiori di acacia e di zucchino. Possono però essere utilizzate anche come contorno a piatti di carne, assieme anche ad altre verdure pastellate. Il gradimento è sempre molto alto: provare per credere!

Ecco, mi sento già una creativa

Ero una borsa, ma non piacevo più . . . .



Ora sono un piccolo cuscino.

lunedì 2 maggio 2011

Per gli amanti del Vintage

Segnalo la manifestazione “Vintage Design & Fashion Market”, giunta alla 2° edizione, che si terrà nei giorni 21 e 22 Maggio 2011 sul lungolago Gabriele d’Annunzio di Gardone Riviera (BS) con il seguente orario:
Sabato 21 dalle ore 10.00 alle 23.00
Domenica 22 dalle ore 10.00 alle ore 19.00

Sono organizzatori della manifestazione: Giordano Spinella, Graziella Belli, Gabriella Arcangeli . Per informazioni ci si può rivolgere a : belli.graziella@gmail.com



Per chi non è mai stato, è un'occasione unica per visitare la splendida ‘Isola del Garda’, meglio nota come isola Borghese, la più grande del lago di Garda.
Distante poco più di 200 metri da Capo San Fermo, promontorio che divide il golfo di Salò dalla baia dello Smeraldo, misura all'incirca un chilometro di lunghezza ed è larga in media 600 metri. A sud dell’isola si trova una catena di scogli e bassi fondali, alla fine dei quali emerge l’isolotto di San Biagio, conosciuto anche come Isola dei conigli; in prossimità dell'isola si trova lo scoglio dall’Altare, così chiamato in quanto si racconta che su di esso una volta all’anno venisse celebrata una messa alla quale assistevano i pescatori provenienti da tutto il lago a bordo delle loro barche.
Amministrativamente l'isola appartiene al territorio comunale di San Felice del Benaco.
Fu abitata sin dall’epoca romana; abbandonata nei secoli di decadenza dell'Impero Romano, per lungo tempo fu rifugio dei pirati, che assaltavano le imbarcazioni che percorrevano le rotte del lago di Garda.
Nell'879 viene per la prima volta menzionata in un decreto di Carlomanno di Baviera, che documenta la donazione dell’isola ai frati di San Zeno di Verona. Non si sa per quanto tempo l'isola rimase proprietà dei monaci, in quanto la successiva notizia la vede facente parte, intorno al 1180, del feudo concesso dall'imperatore Federico Barbarossa agli avi di Biemino da Manerba.
Nel 1220 san Francesco d'Assisi, di ritorno da un viaggio in oriente, giunse a visitare l'isola e, reputandola luogo ideale per una comunità di frati, grazie al suo carisma convinse il proprietario Biemino da Manerba a donargli l'area scogliosa della parte settentrionale, ove venne realizzato un piccolo romitorio. Nel 1227 l'eremo accolse sant'Antonio di Padova e nel 1304, secondo la tradizione, avrebbe ospitato anche il terziario francescano Dante Alighieri, che avrebbe ricordato il luogo nella Divina Commedia
Nel 1429 vi giunse san Bernardino da Siena, che in veste di vicario generale dell'ordine francescano fece trasformare il romitorio in un vero e proprio monastero, mettendo egli stesso mano al progetto per la chiesa, il chiostro, le celle e i giardini.
L’isola divenne un importante centro ecclesiastico di meditazione e ospitò illustri personaggi religiosi, tra cui il vice-generale dell'Ordine francescano padre Francesco Licheto, che a partire dal 1470 vi istituì una scuola di teologia e filosofia.
La morte di padre Francesco segnò tuttavia l'inizio della decadenza della comunità religiosa dell'isola. Dal 1685 al 1697 il convento ospitava solo i frati novizi in ritiro e, nel 1778, l'oramai vetusto monastero venne definitivamente soppresso da Napoleone Bonaparte.
Dopo essere passata al demanio, la proprietà cambiò negli anni successivi molti padroni, per giungere nel 1817 nelle mani del conte Luigi Lechi di Brescia, che fece costruire una residenza sulle rovine del monastero e eseguì importanti opere di restauro e costruzione, tra le quali il porticciolo, costruito nel 1830 su progetto dell'architetto Rodolfo Vantini. Nell'isola dimorò per molto tempo la cantante lirica Adelaide Malanotte, amante del Lechi, meravigliosa interprete delle opere del Rossini. Nel 1837 il conte cedette l'isola al fratello Teodoro, ex generale dell'esercito napoleonico, il quale fece aggiungere al complesso le terrazze sul fronte della casa. Nel 1860 l'isola fu espropriata dallo Stato per costruirvi una fortezza militare, ma il progetto venne in seguito abbandonato e nel 1870 l'isola arrivò nelle mani del duca Gaetano de Ferrari di Genova. Lui e la moglie, l'arciduchessa russa Maria Annenkoff, si dedicarono alla progettazione ed alla realizzazione del parco, con la costruzione di muri di contenimento verso il lago e il trasporto di terra fertile in cui vennero impiantate essenze autoctone. Prima della morte del duca, avvenuta nel 1893, concepirono insieme il progetto di un lussuoso palazzo da costruirsi al posto della vecchia casa Lechi. La villa, in stile neogotico - veneziano che ricorda il Palazzo ducale di Venezia, venne realizzata tra il 1894 e il 1901 su progetto dell’architetto genovese Luigi Rovelli. Il palazzo fu arricchito da terrazze sistemate a giardino all'italiana, con elaborati disegni di siepi e cespugli fioriti. Alla morte dell'arciduchessa la proprietà passò alla figlia Anna Maria – in seguito sposa del principe romano Scipione Borghese – la quale ne fece la propria residenza e arricchì il parco con essenze esotiche. Nel 1927 alla morte del principe, l’isola passò in eredità alla figlia Livia, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza.
I suoi pronipoti ancora oggi la abitano, continuando ad occuparsi del parco e della conservazione del palazzo; dal 2002 hanno aperto l'isola alle visite turistiche:

http://www.isoladelgarda.com/garda.php/p-4x1x118/Isola-del-Garda.htm

venerdì 29 aprile 2011

Ha più di vent’anni, ma è Vintage?

Credo che non sia ancora ben chiaro a tutti il significato del termine Vintage, diventato ormai di uso quotidiano. Si tratta di una parola inglese, di derivazione francese (Vendenge), che a sua volta trova la sua etimologia nel latino “Vindemia”, poiché sta ad indicare un’annata di vino particolarmente importante.
Vintage è quindi un attributo riservato ad un prodotto che è sicuramente d’eccellenza, di valore tale da aumentare nel corso del tempo.
Se ci pensiamo, ci rendiamo conto di come le cose vecchie autentiche, per la loro stessa natura, non invecchino: sono dei classici, degli “ever green”; concluso il loro ciclo di vita, migrano nei canali dell'antiquariato. Emergono di generazione in generazione come un tributo ad un passato spesso idealizzato; sono superati dall'evoluzione tecnologica e dalle oscillazioni del gusto, ma non sono mai messi definitivamente in soffitta.
E' vintage un oggetto che, se pur superato da mille altri successivi più nuovi e di tendenza, non è mai “passato di moda” e rimane sempre attuale per alcune sue peculiarità. Non è solo ciò che rievoca un’epoca passata e usi e costumi che hanno caratterizzato la ns. storia o la storia dei ns. genitori, ma è uno “stato sentimentale”, l’espressione massima di un senso di nostalgia, quasi una sorta di mitizzazione.
E' vintage non solo perchè ha superato i vent’anni, ma perchè deve trasmettere un messaggio d’incanto, descrivere un’emozione nostalgica e donare un’anima agli oggetti del passato che vivono con noi il tempo di oggi.

martedì 26 aprile 2011

Piccole stelle color bianco panna

Se andate a passeggio, in questi giorni potete notare delle piante con fusti erbacei e non molto sviluppati, piene di piccoli fiori color bianco panna, a forma di stella, raccolti in infiorescenze ombrellifere, piuttosto profumati: si tratta del sambuco.



Giunti a maturazione in autunno, i fiori diventeranno drupe, cioè piccole bacche lucenti di color nero-violaceo, dal sapore acidulo, riunite in grappoli.



Il sambuco è pianta comune nei luoghi incolti situati presso il mare come in montagna, ove cresce numeroso nella zona del faggio, del castagno e delle querce.
I fiori vengono fatti essiccare e si conservano poi in vasi a chiusura ermetica in modo da averli a disposizione in ogni periodo dell'anno. Anticamente venivano posti nelle cassette di frutta perché ne favorivano la conservazione, mentre con le bacche si preparava una confettura ricca di vitamina C.
Per chi li vuole raccogliere, i fiori freschi trovano utilizzo nelle insalate, nelle frittate e nelle macedonie; inoltre si possono utilizzare per preparare le frittelle, utilizzando la ricetta che vi riporto qui sotto.

Tra i “si dice” del Sambuco: provare per credere
• Una manciata di fiori freschi di sambuco, una di fiori di tiglio e una di camomilla in una ciotola, coperta di acqua calda e compressa fino ad ottenerne una poltiglia da porre tra due garze, si dice sia un’ottima maschera tonificante
• L’infuso delle foglie di sambuco si dice curi i raffreddori
• Il decotto delle bacche di sambuco si dice sia un buon lassativo
• Al sambuco si attribuivano in passato poteri magici, contro demoni e streghe; oggi piantare un sambuco vicino alle finestre di casa si dice tenga lontane dall’interno le mosche.



Non ho mai provato ad utilizzare il sambuco per scopi alimentari, ma ritengo che i fiori siano molto decorativi.
Se vi cimentate nelle frittelle, eccovi la ricetta: sappiatemi dire!

Ingredienti:
10 fiori di sambuco
100 grammi di farina 00
acqua fredda quanto basta
un po’ di zucchero
olio extravergine d’oliva

I fiori vanno colti ed utilizzati subito perché tendono a deteriorarsi velocemente; spruzzateli leggermente con un po’ d’acqua per lavarli, poi scuoteteli per asciugarli; devono essere eliminati i gambi più grossi e duri.
Preparate una pastella né troppo densa né troppo liquida, lasciandola riposare in frigo per almeno un’ora. Preparate quindi la padella per friggere. Quando l’olio è a temperatura, intingete un fiore di sambuco alla volta nella pastella, tenendolo per il gambo, e poi mettetelo subito a testa in giù nell’olio bollente; dopo due o tre minuti giratelo, aspettate che sia dorato e croccante anche sull’altro lato e mettetelo ad asciugare su un foglio di carta per il pane per assorbire l’unto in eccesso.
I fiori vanno serviti possibilmente caldi, spolverati con un po’ di zucchero.

martedì 19 aprile 2011

une seconde chance: pourquoi pas?

Trovo interessante, se ho un po’ di tempo a disposizione, fare un giro presso i mercatini dell’usato della mia zona: si trovano spesso in capannoni che sono gelidi in pieno inverno, ma che traboccano di oggetti, mobili, tele un po' bruttine, lampadari, abiti, calzature, borse. Non hanno pretesa di vendere il pezzo “antiquariale”, ma vi si può trovare a volte qualcosa di particolare, soprattutto per chi è collezionista.

Questo tipo di commercio mi piace perché favorisce la sostenibilità è si basa su un concetto semplice ed ecologico, che consente a chi non usa più un certo oggetto di venderlo per renderlo disponibile invece a chi può ancora apprezzarne l’utilizzo.

Si raggiungono così almeno tre obiettivi interessanti:
Un introito economico per il venditore che grazie alla vendita riceve denaro contante;
Un risparmio da parte dell’acquirente sul prezzo di mercato;
Una seconda vita all’oggetto in un sistema etico-solidale, che non viene smaltito in discarica o peggio ancora abbandonato, con conseguente salvaguardia del territorio.


Si tratta di realtà in franchising, che sono ormai un po’ ovunque; nella mia zona alcuni sono con il marchio Mercatopoli, altri con il marchio Mercatino.






Ecco, il mio sogno nel cassetto è proprio quello di aprire uno di questi negozi, magari dandogli un’impronta vintage.
Sognare non costa nulla, tanto che ho già scelto anche il nome: “une seconde chance“. Ma avrei sicuramente qualche difficoltà a vendere alcuni oggetti e a non trattenerli per me.

mercoledì 13 aprile 2011

Ma ... tutto il giallo nei prati?


Ma sì e lui, il taràssaco comune (nome botanico: Taraxacum officinale) pianta a fiore della famiglia delle Asteracee, certezza di primavera ormai avanzata, croce di chi, come me, si spaccia per “giardiniere”.
Pare che sia dotato di virtù medicamentose, note fin dall'antichità e sfruttate con l'utilizzo di radici e foglie. Noi lo conosciamo comunemente come dente di leone, soffione, o “pissacan” proprio per la sua caratteristica di essere diffuso ovunque. Infatti cresce spontaneamente nelle zone di pianura fino ad una altitudine di 2000 metri, fino a diventare infestante. In Italia cresce dovunque e lo si può trovare facilmente nei prati, negli incolti, lungo i sentieri e ai bordi delle strade e, ahimè, in giardino.
E’ protagonista anche in cucina, come una apprezzata insalata primaverile depurativa, sia da solo sia in mescolanze varie. In Piemonte viene chiamato "girasole" ed è tradizionalmente consumato con uova sode durante le scampagnate di Pasquetta.
Anche i petali dei fiori possono contribuire a dare sapore e colore ad insalate miste, mentre i boccioli possono essere preparati sott'olio o come i capperi. Un’amica mi ha insegnato a preparare in fiori in pastella per poi friggerli, ma non ho ancora avuto il coraggio di provare se siano “commestibili” e quale sapore abbiano. Le tenere rosette basali, che sono amarissime, si possono consumare sia lessate, condite con olio extravergine di oliva, sia saltate in padella con un po’ di aglio.
Il consumo della pianta si spinge fino alla preparazione di una marmellata di fiori di tarassaco che prevede di bollire a pentola aperta per circa 20 minuti 1 Kg di i fiori in due litri d’acqua, filtrare il liquido ottenuto, aggiungere 1 kg di zucchero e bollire nuovamente a pentola aperta fino alla densità desiderata. Va conservata in vasi di vetro chiusi ermeticamente e sterilizzati.



Se vi volete cimentare!!
Per quanto mi riguarda la marmellata può attendere: sono troppo occupata ad estirpare i fiori dal giardino, prima che diventino soffioni e rilascino mille e mille semi …

venerdì 8 aprile 2011

Guardando dal mio balcone

Ecco che cosa vedo: si tratta della fioritura del Ciliegio ornamentale, una nuvola di petali.



Mentre mi beo di questo spettacolo non posso fare a meno di pensare alla Festa dei Ciliegi che si celebra in Giappone nei primi giorni di Aprile: è il momento in cui i giapponesi si riversano nei parchi delle loro città per ammirare la fioritura dei ciliegi, sotto gli alberi in fiore. La festa dura per tutti i giorni in cui la fioritura è al suo massimo splendore, di solito uno o due, mentre sugli alberi i fiori restano per quasi un mese.



La mente corre a tutte le immagini tremende provenienti dal Giappone che sono rimbalzate sulla televisione nei giorni scorsi.
Forse non tutti sanno che il fiore del ciliegio (Sakura) rappresenta l'anima del Giappone: la delicatezza, il colore pallido, la brevità della sua esistenza sono per i giapponesi il simbolo della fragilità, ma anche della bellezza dell'esistenza.
Nella speranza che possano avere un po’ di serenità …

martedì 5 aprile 2011

Ancora ricordi: le uova colorate


A casa da scuola già a partire dal pomeriggio del giovedì santo, si era soliti preparare le uova colorate: da piccoli era un’attività galvanizzante, insomma ci si metteva un sacco di passione. La cucina si trasformava: pentole e uova la facevano da padrone.
Si selezionavano le più bianche, si sistemavano in una pentola coperte d'acqua, si aggiungeva un cucchiaino di aceto ed il colorante. Dovevano bollire per circa 15 minuti a fuoco basso e poi andavano sistemate in un piatto a raffreddare.
La mamma, per tradizione, voleva che i coloranti fossero solo naturali, anche perché questo consentiva poi agli uomini di casa di consumare il prodotto. Nei giorni precedenti ogni occasione era buona per mettere da parte i materiali di colorazione; in cucina si accumulavano bucce di cipolla bionda che davano alle uova un colore aranciato, foglie di spinaci per un bel verde chiaro, barbabietole rosse per un rosso pallido, foglie di cavolo rosso per sfumature blu e perfino del caffè forte per uova marroni. Ci si lanciava anche nell’acquisto di qualche bustina di zafferano, che regalava alle uova un bel colore giallo.

La nonna, che dava qualche consiglio dall’alto della sua esperienza, a colorazione ultimata, mi faceva passare le uova con un batuffolo di cotone imbevuto d'olio di oliva e poi le dovevo lucidare una ad una con un panno morbido perchè così risultavano brillanti.
Il risultato era sempre molto gradevole, il lavoro appagante e le uova facevano bella figura in un cestino che era religiosamente conservato di anno in anno proprio per questo scopo.
A volte ci si lanciava anche a realizzare qualche decorazione con fiori secchi e un po’ di colla o con la carta crespa che era rimasta dai fiori preparati per abbellire l’ulivo che noi bambini esibivamo in Chiesa la domenica delle Palme.

Certo che quell’entusiasmo che avevo da bambina, in qualche modo mi manca, mi manca veramente!
Mio figlio è troppo grande per prestarsi a soddisfare il mio desiderio di creatività e se lo facesse sarebbe solo per compassione e vedrei sul suo viso costantemente scritto “povera mamma, si sa…è stressata”.
Metti poi ad averle preparate e a metterle in tavola in giorno di Pasquetta: sai il coro di “ma sei matta? ho il colesterolo alle stelle!”



Non mi resta che consolarmi facendo il solito giro in rete, dove cerco di carpire tutti i vostri segreti.
A tal proposito vi consiglio di visitare il blog di Linda “Pane, Amore e Creatività” che, oltre ad essere una fonte inesauribile di ispirazioni e di tutorials, presenta delle uova decorate da amiche svedesi:
http://paneamoreecreativita.it/blog/2009/03/decoupage-decorare-le-uova-di-pasqua-con-idee-svedesi/
http://paneamoreecreativita.it/blog/2010/02/pasqua-le-uova-decorate-di-hannas/
e otto splendidi modi decorare le uova
http://paneamoreecreativita.it/blog/2010/03/8-modi-per-decorare-le-uova-di-pasqua/

Per le perfettine, il suggerimento è per le idee pasquali di Martha Stewart, guru di qualsiasi argomento abbia attinenza con la casa e la decorazione, che presenta delle uova decorate con una tecnica giapponese:
http://www.marthastewart.com/article/elegant-eggs

Per le esperte di taglio e cucito, consiglio le uova in tessuto di Kim del Blog “Retro Mama”, con il tutorial per imparare:
http://retro-mama.blogspot.com/2009/03/easter-is-in-air.html

Non mancherò, prossimamente, di postare le uova che ha realizzato la mia mamma, che è più che ottantenne ed ha le mani fatate, e che usa appendere in occasione della Pasqua a dei rami di nocciolo contorto.

venerdì 1 aprile 2011

Ma il tuo giardino è alla moda?

Ma non è strana questa domanda che mi ha fatto una collega la scorsa settimana quando, alla macchinetta del caffè, le avevo detto che avevo già dato una “regolatina” a quello che rimaneva del mio prato dopo un triste e lungo inverno?

Non so perché, ma mi sono messa a pensare come, invece, sia vero che anche i giardini seguono la moda del momento. A guardare bene, in base al tipo di essenze piantumate, si può arrivare a darne una datazione abbastanza veritiera: palme, araucarie, forsithie, aceri giapponesi rossi, sono tutti identificativi di un’epoca e di una moda; ogni anno gli ibridatori lanciano un nuovo tipo di fiore per il balcone, anche per invogliare i “tradizionalisti” a cambiare un po’ l’arredo del balcone.



Anche le ortensie hanno subito l’insulto delle mode; infatti fino ad un decennio fa, quasi più nessuno le voleva coltivare: se ti capitava di riceverne una in regalo, solitamente tentavi di riciclarla, riesumando vecchie zie che avevano sicuramente un giardino adatto ad ospitare piante che venivano considerate decisamente “démodé”.
Ma le ortensie non sono finite nel dimenticatoio, stanno vivendo una seconda giovinezza e già da un po’ sono tornate prepotentemente alla ribalta, da tante che sono, in un incredibile assortimento di forme, colori, dimensioni ed esigenze.
Il lungo periodo di oblio è stato determinato anche dal fatto che sul mercato veniva proposta quasi esclusivamente la specie più nota, Hydrangea macrophylla, tanto da diventare un po’ noiosa. Nuove cultivar importate da Cina, Giappone o create dagli ibirdatori a “capigliatura arruffata” (“Mophead”) e quelle a “cuffietta di merletti” (“Lacecap”) si stanno ora imponendo sul mercato e stanno conquistando piano piano una loro platea.



Oggi abbiamo a disposizione ortensie adatte ad inserirsi in qualsiasi situazione: come bordure ai lati di un viale di ingresso per chi ha un grande giardino e di dimensioni medio-grandi per i giardini più piccoli che si possono utilizzare da sole, come se si trattasse di piccoli alberi fioriti. Un altro utile impiego le vede piantate contro un muro o una parete, dove possono diventare elemento di varietà nei confronti delle piante rampicanti. Edera o altro, che crescono alle loro spalle.




Se, come me, siete patiti di giardinaggio “teorico”, cioè di quel tipo di giardinaggio non operativo e faticoso che si limita alla lettura di riviste specializzate tipo Gardenia o Giardinaggio, non vi sarà sfuggito come le ortensie stiano tornando prepotentemente.

A tale scopo un giro sul sito www.pbortensie.com di Rita Paoli ed Alessandra Borgioli può aprirvi un mondo: si tratta infatti di uno dei vivai più importanti d’Italia, nato nel 1998.

Gioca a loro favore il fatto che qualunque tipo di terreno può andare bene, purchè non sia troppo duro e ricco in argilla, nel qual caso deve essere corretto con un buon terriccio per acidofile. Si sa che le ortensie amano l’acqua, il nome stesso lo suggerisce; è comunque indispensabile assicurare loro un buon drenaggio. Tramite prodotti specifici si può incidere sui colori delle infiorescenze: il suolo acido stimola la produzione del blu, mentre quello alcalino cambia il colore in rosa. Quindi se il nostro terreno ha un pH compreso tra il 4,5 e il 5 i fiori saranno blu, mentre con pH 6-6,5 si hanno fiori rossi o rosa. Nei terreni neutri si possono aggiungere prodotti con solfato d’alluminio per stimolare la produzione di blu, mentre si agisce sul terreno acido con carbonato di calcio per avere il rosso.

Alcune di loro (quercifolia, arborescens, pani culata) sopportano sino a meno 20°C; macrophylla e serrata sino a meno 10/12°C; aspera e involucrata solo sino meno 7/8°C.




In giardino di adattano bene alla mezz’ombra o all’ombra che sono da preferirsi al sole pieno, anche se la quercifolia si può adattare.
In genere, non andrebbero potate del tutto, fatta eccezione per l’eliminazione di fiori e rami secchi e lo sfoltimento dei getti centrali più vecchi, allo scopo di dare più luce all’interno dell’arbusto. Se si vuole potare, occorre differenziare fra le varie specie poiché alcune fioriscono sul ramo dell’anno precedente. Per tutte è indicata una moderata potatura di riordino.

Non sono difficili da coltivare, perché si tratta di piante affidabili, versatili, generose, che si adattano a molte condizioni ambientali, anche le più disparate ed è questo il motivo per cui anch’io le ho piantate nel mio giardino, in attesa di vedere i risultati sperati.

mercoledì 30 marzo 2011

Contagiati dal virus del collezionista



Quando frequento i mercatini dell’antiquariato, non lo faccio con l’idea di comprare qualcosa; mi piace soprattutto passare una giornata diversa dal solito, curiosare, vivere quell'atmosfera particolare fatta di aspettative, di emozioni, vedere oggetti che non conosco, chiacchierare con gli standisti che ne sanno sempre una più del previsto, o che hanno sempre qualche storia interessante da raccontare.
A tal proposito ho elaborato una mia teoria che mi serve come giustificazione quando non sono in grado di controllare la mia irrefrenabile voglia di acquisti: in realtà non sono io che cerco gli oggetti, ma sono loro che trovano me e mi chiamano, che vogliono in qualche modo appartenermi…



Del resto il collezionismo è un vero e proprio virus dal quale non sono certo immune. Sono infatti più di quante possiate immaginare le persone che accumulano intere raccolte di oggetti bizzarri e curiosi; la malattia del collezionismo ti entra sotto la pelle già quando sei piccolo, subdolamente, senza che tu te ne accorga.
Tutti noi (targati anni sessanta o giù di lì), o i nostri fratelli maggiori, scambiavano con amichetti e compagni di banco, figurine, francobolli, perfino elastici, penne e matite e, alla fine, crescendo, è cresciuta anche la voglia collezionare oggetti d'epoca, pezzi pregiati se ce lo possiamo permettere e quant'altro sia oggetto della nostra passione.
Il collezionismo, insomma, non è solo un hobby, ma una vera e propria filosofia di vita: richiede passione, pazienza e disciplina anche solo per il semplice fatto di tenere in ordine ciò che viene raccolto.



Conosco amici che hanno superato il limite della fantasia cimentandosi nella collezione degli oggetti più disparati: dalla raccolta di fiammiferi e di lamette, a quella di giornali e riviste d’epoca; dai testi di vecchie ricette di cucina a zuppiere e piatti da portata. C'è poi una mia amica, Emma, che vi farò conoscere appena posso, che vanta una intera vetrina piena zeppa di scatoline di porcellana... veramente bellissima, e non solo! Suo marito John è ancora più originale ed esibisce, solo per pochi, un'incredibile collezione di portastuzzicadenti d'epoca che finora non avevo mai visto. Solo con le loro collezioni si potrebbero riempire cataloghi e cataloghi...

Alcuni amici di mio figlio sperperano paghette su paghette girellando tra le bancarelle dei mercatini, in cerca dei vecchi soldatini, mentre mio figlio che ha iniziato da piccolo, contagiato da una mamma così strana, collezionando “fette di agata”, è ormai galvanizzato nella ricerca di piccoli coltelli.

Collezionare è anche l’occasione per approfondire determinati argomenti: si inizia un po’ per caso perché si è trovato qualcosa che piace; così si comincia a documentarsi, a cercare un secondo esemplare. Quando gli esemplari sono due, hai già una collezione... e sei già stato irrimediabilmente contagiato.

E’ proprio a causa di questo contagio che, quando posso, utilizzo il mio tempo a cercare, cercare, cercare…. e, non vi nego, che mi dà moltissima soddisfazione.

Ma e gli acquisti, mi chiederete? Ve ne parlerò al prossimo giro.

lunedì 28 marzo 2011

Domenica al mercatino: piacere allo stato puro.



Attesissima è arrivata l’ultima domenica del mese di marzo … finalmente Piazzola sul Brenta!!!! E’ stata una giornata stupenda: clima giusto, non molta gente, tanta voglia di bighellonare e curiosare tra le bancarelle, pochi soldi nel portamonete per non lasciarsi traviare troppo… anche se avrei voluto comprare tutto!!
Il Mercatino "Cose di altri Tempi" di Piazzola sul Brenta, nasce nel 1979 per crescere fino a diventare uno dei più grandi d'Italia ed anche d'Europa, tanto da essere frequentato da moltissimi stranieri. Ogni ultima domenica del mese questa manifestazione è diventata un appuntamento fisso per migliaia e migliaia di persone; vanta ormai più di 1200 espositori (tra licenze e semplici hobbisti), che espongono ogni tipo di merci come mobili antichi e di design, quadri, stampe, dischi, disegni d'epoca, statue, ceramiche, numismatica, militaria, pizzi, gioielli antichi, abiti vintage ed ogni tipo di oggettistica d'epoca.
Si svolge sulla piazza antistante la splendida cornice di Villa Contarini e dalle logge e si snoda lungo tutte le vie intorno, fino ad arrivare al mercato coperto dell’ex iutificio.


Un cenno particolare merita Villa Contarini perche la storia di Piazzola sul Brenta ruota attorno ad essa.
Se volete approfondire la conoscenza della villa vi suggerisco il sito, curato ed aggiornato dalla Regione del Veneto:
http://www.villacontarini.eu/

Il nucleo centrale è ricavato sulle strutture di un trecentesco castello Carrarese edificato sulle rive del Brenta su manufatti ancora più antichi, probabilmente di prima del mille; a partire dalla metà del cinquecento diviene villa di campagna dei nobili veneziani Contarini che iniziarono una graduale trasformazione volta a farne un edificio di rappresentanza e di esibizione dello sfarzo e della raffinata cultura della loro famiglia che conta anche alcuni Dogi.
Nel seicento vennero aggiunte le due ali laterali e, poco dopo, iniziarono i lavori per una grandiosa piazza (che è quella dove si svolge parte del mercatino!!) racchiusa tra le ali semicircolari di imponenti edifici porticati e con una terrazza interamente pedonale a formare una vera e propria via. Venne però completato solamente l'emiciclo sinistro, mentre la parte destra è stata sostituita da un’alberatura.
Raggiunse tra il sei ed il settecento il massimo splendore, quando fu impreziosita da un ricchissimo apparato decorativo con grandi affreschi, statue allegoriche, mobilia ed oggetti preziosi dal raffinatissimo gusto barocco, in concomitanza con le grandi feste della nobile mondanità veneziana, della musica e del teatro.
Nell'ottocento vennero aggiunte le scuderie, ad imitazione delle scuderie imperiali viennesi, e l'ippodromo, e fa completato il magnifico parco romantico con laghetto e pescherie.
Conobbe un breve periodo di declino, ma venne acquistata da Paolo Camerini sul finire dell'ottocento, epoca di pieno sviluppo preindustriale. Il Camerini, professore universitario e 'industriale' fattosi da solo, concepì la villa all’interno si un razionalissimo piano urbano di sviluppo sociale-industriale, tale da trasformare il paese in una vera e propria città industriale ideale.
Ancor oggi, se visto dall’alto, il progetto è ancora leggibile ed interessantissimo: agli operai venne donato un appezzamento di terreno con casa di abitazione, le 'Case Camerini', caratteristiche per la loro particolare architettura, sobria e razionale e tuttavia di un certo pregio. L'intero territorio cittadino venne diviso secondo uno schema geometrico con gli incroci segnati da un modulo di quattro 'Case Camerini' ad ogni angolo. Altri operai vennero sistemati in 'case a schiera' nei pressi degli opifici, le caratteristiche 'carovane'.
Si trattò di un’operazione urbanistica che va oltre la semplice filantropia, ed è a tuttoggi considerata un interessantissimo esempio sociologico di oculato investimento industriale, fallito prima per la pesante opposizione del regime fascista e poi a causa della nuova economia globalizzata.
Durante la seconda guerra mondiale la villa venne occupata, pesantemente saccheggiata e devastata, da un comando di truppe tedesche. Nel dopoguerra seguirono l'abbandono ed il declino, fino agli anni '70 quando venne acquistata prima da una casa farmaceutica (Simes), poi dalla fondazione 'Ghirardi' che procedette ad un radicale ed importante lavoro di restauro non ancora terminato e quindi all'Istituto Regionale Ville Venete. Da allora la villa è aperta al pubblico e sede di importanti mostre.

Meritava questa lunga digressione, come merita sicuramente la vostra visita, anche solo per la sala centrale, grande cassa di risonanza dall'acustica superba, luogo ideale per la registrazione di concerti di musica classica, per gli affreschi o per le numerose stanze tematiche, che sono state adattate a sale mostra.
Si prova inoltre una strana sensazione, soprattutto se si vive in un miniappartamento, quando si percorre, in tutta la sua lunghezza, il corridoio di 180 metri.

Vi ho forse annoiato un po’ troppo e non mi resta tempo per descrivervi gli acquisti, per i quali vi rimando ad un altro post.

mercoledì 23 marzo 2011

Allegria nel mio giardino: ecco le bergenie

Che pianta appagante!! Durante l’inverno sonnecchia sotto la neve e, con i primi raggi di sole, già da gennaio, compaiono i primi capolini rosa: uno spettacolo per gli occhi!



Si tratta di una piccola pianta sempreverde originaria dell'Asia centrale e meridionale, che è apprezzata molto come tappezzante: è caratterizzata da folti ciuffi di grandi foglie curiose, tondeggianti o cuoriformi, con bordi ondulai o dentellati, di colore verde scuro, che diventano rossastre in autunno. Dal centro dei ciuffi, alla fine dell'inverno, si sviluppano steli che si stagliano al di sopra del fogliame, su cui sbocciano mazzetti di piccoli fiori campanulati, di colore vario dal bianco al porpora, che solitamente tendono a scurire; la fioritura dura alcune settimane.

Le bergenie appartengono alle saxifragacee; crescono bene in qualsiasi posizione, dal pieno sole all'ombra completa; hanno una buona resa perfino nel mio giardino dove sono piantate su di un terrapieno sassoso e a ridosso di un muro, come testimonia la foto, perché non temono il freddo e difficilmente sono colpite da parassiti o malattie.



La pianta necessita di essere annaffiata nel periodo che va da marzo a ottobre in modo che il terreno non sia secco; in inverno si possono sospendere le annaffiature, controllando comunque il terreno nei periodi più miti.
Nel periodo vegetativo sarebbe opportuno aggiungere ogni 15-20 giorni del concime per piante da fiore all'acqua delle annaffiature, oppure porre sul terreno, intorno alle foglie, del concime a lenta cessione.
In generale le bergenie sono piante molto rustiche, che si sviluppano bene in qualsiasi terreno, purché sia ben drenato.
La moltiplicazione deve avvenire in primavera, quando è possibile dividere i cespi avendo cura di mantenere in ogni porzione praticata alcune radici vigorose; le nuove piante si possono subito porre a dimora.
E’ possibile propagarle anche per seme, in un miscuglio di torba e sabbia in parti uguali.
Ce ne sono di vari tipi: ciliata, cordifolia, crassifolia, emeiensis, ligulata, pacumbis, purpurascens, scopulosa, stracheyi e tianquanensis.

In vena di ricordi: vermouth e dintorni

Era da un po’ di tempo che mi tornava in mente di quando ero bambina e la mamma preparava un dolce con la crema e i biscotti savoiardi inzuppati, che era riservato ai grandi e che noi bambini potevamo solo assaggiare, data la presenza di alcool.
Si trattava del vermouth, quel vino liquoroso, che poi non mi piaceva più di tanto nei biscotti inzuppati, ottenuto da una miscela di vini bianchi secchi, dal sapore indefinito e con un odore molto speziato.

La curiosità mi ha spinto a sapere qualcosa di più e così ho appreso che il vermouth è nato verso la fine del XVIII secolo, a Torino, dove il suo nome è stato modificato da “Wermut”, termine tedesco che identificava una bevanda a base di artemisia, utilizzata per distillare l'assenzio.
Pare però che le sue origini risalgano nientepopodimeno che ad Ippocrate, il padre della medicina: fu proprio lui il primo ad aromatizzare del vino con l'assenzio, aggiungendovi anche zucchero e alcol puro. Ippocrate utilizzava questo intruglio per purificare il corpo, grazie all'intrinseca azione vermifuga. Vista l'euforia che induceva ed il suo gusto piacevole, da medicinale il vermouth divenne ben presto un liquore pregiato.
Si narra che i Greci tramandarono la ricetta ai Romani che l'arricchirono con altre spezie (timo, rosmarino..). Il tocco finale venne poi dato dai Veneziani che vi aggiunsero delle spezie provenienti dall'Oriente e dall'America.

Il vermouth è prodotto principalmente in Piemonte; inizialmente era utilizzato il moscato per la sua produzione, ma poi i produttori si accorsero che la spesa era eccessiva e puntarono a vini bianchi di minore qualità. Questi vengono mescolati, così che il sapore ottenuto non sia marcato, ma piuttosto neutro; successivamente questo composto viene filtrato e sono aggiunti gli aromi, di genziana, zenzero, vaniglia, assenzio, maggiorana, melissa, timo, salvia, luppolo, sambuca, camomilla, finocchio, zafferano, melograno, chiodi di garofano.

Ci sono diversi tipi di vermouth: dry o secco, dolce, rosso e bianco:
• vermouth bianco: aroma delicato, molto dolce, di basso tasso alcolico (15-16%); usato soprattutto come digestivo e per i cocktail
• vermouth rosso: ha un aroma più deciso del vermouth bianco; di colore ambra con riflessi scarlatti; fatto con il caramello, ha un sapore meno dolce del bianco ed ha un retrogusto più amarognolo. È anche chiamato vermouth italiano o di Torino
• vermouth rosè: creato più recentemente, viene realizzatro utilizzando non solo vini bianchi, ma piuttosto rosati. Ha un sapore piacevole, leggero, fruttato, con un gradevole e delicato retrogusto amaro
• vermouth dry: per farlo viene utilizzato un vino lasciato a contatto con l'aria, e questo gli dona un aroma simile a quello dei vini invecchiati. Di colore giallo brillante, poco dolce (viene aggiunto poco zucchero); ha un tasso alcolico superiore rispetto agli altri, che si aggira intorno ai 16-18%; è noto anche come vermouth francese.

Va conservato in luoghi asciutti, bui, freschi, non troppo a lungo perché le erbe che lo aromatizzano possono perdere sapore col trascorrere del tempo.
E’ servito solitamente come aperitivo, possibilmente con delle mandorle, che ne valorizzano l’aroma. È utilizzato nella preparazione di numerosi cocktail, il più noto dei quali è il Martini.

Da un giro fatto al supermercato ho notato, con stupore, che ci sono ancora molti tipi di vermouth in commercio. Dato il proliferare di aperitivi già pronti o di facile preparazione (tipo spritz con Campari o Aperol) ero convinta che ormai l’epoca del vermouth si fosse conclusa.
Sull’onda dei ricordi, ho acquistato una bottiglia di Martini Bianco: non ho potuto fare a meno di notare come la bottiglia sia cambiata rispetto a quella che ricordavo.
Ho cercato invano tra gli scaffali una bottiglia che avevo visto più e più volte nelle case di amici e parenti da piccola: il Rosso Antico della Buton.




Chiedendo in giro, ho appreso che il Rosso Antico è stato ritirato dal commercio già da parecchi anni perchè colorato con dei coloranti sospettati di essere pericolosi per l’uomo; ora è quasi una rarità e se ne trova qualche bottiglia su E_Bay ad esclusivo uso e consumo dei collezionisti.




Sempre sull’onda dei ricordi, essendo una frequentatrice dei mercatini, mi sono soffermata a guardare qui e là sulle bancarelle e poi non ho resistito: ho acquistato i vecchi bicchieri del Rosso Antico, proprio quelli che ricordavo da piccola, e il Bicchierone Mixer della Martini, che penso siano più o meno delle mia età.




Che emozione la sera a casa poter concretizzare i ricordi di quando ero piccola…

Che delusione quando ho mostrato con orgoglio i miei acquisti agli amici, raccontando loro tutta la manfrina sul vermouth e mi sono sentita dire “Se mi dicevi che li volevi… li ho buttati da un po’..”

martedì 22 marzo 2011

Lasciarsi contagiare dal riciclo

La recente visita ad Abilmente in Fiera a Vicenza, mi ha lasciato una irrefrenabile inquietudine, la voglia di fare, di inventare, di riciclare....
Come sempre la rete, e soprattutto un giro tra i blog di tutte le amiche "manualmente dotate", sono la prima fonte di ispirazione.
Ecco alcune immagini che condivido con voi, riproponendomi questo fine settimana, di provare a pasticciare un po'.
Ma come si fa ad avere tutta questa manualità?


Lumi e lumini:
geniale il riciclo di qualsiasi barattolo di vetro e dei vasetti dello jougurt








Decorazioni:
per cambiare la faccia ad una camicia un po'anonima






Uova:
per la prossima Pasqua




Cuori, cuori, ancora cuori, sempre cuori:
per la chiave della porta, per l'armadio o per il cassettone della nonna



lunedì 21 marzo 2011

Finalmente primavera!





Ecco i narcisi che fanno capolino, puntuali come tutti gli anni a primavera!!

http://www.amo-bulbi.it/tec_narcisi.htm

martedì 8 marzo 2011

ARGENTI INGLESI




Per gli appassionati di mercatini

Vi consiglio un sito particolarmente interessante sugli argenti inglesi che vale la pena di leggere prima di effettuare acquisti (vedasi la voce relativa alla collezione di argenti):
http://www.argentinglesi.com/

Il materiale contenuto nel sito è coperto da Copyright in conformità con la legislazione Italiana ed internazionale; ogni utilizzo deve pertanto essere preventivamente autorizzato dal titolare.

Per maggiori dettagli è possibile consultare l'autore:
argentinglesi-info@yahoo.it

AUGURI A TUTTE NOI DONNE


8 marzo - festa della donna

Se l'occasione è importante per farci gli auguri reciprocamente, è altrettanto importante conoscere le origini della festa dell'8 Marzo che risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie di una industria tessile decisero di scioperare per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare.
Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire e fece appiccare il fuoco allo stabilimento.
Le 129 operaie prigioniere all'interno morirono bruciate vive.
In seguito questa data venne proposta da Rosa Luxemburg come giornata di lotta internazionale a favore delle donne, proprio in ricordo della tragedia.

giovedì 3 marzo 2011

E’ tutto shabby chic ciò che luccica?



Ho notato che in rete si fa un gran parlare di shabby chic; abbondano immagini particolarmente ispiratrici, perfino pulsanti shabby da aggiungere al proprio blog come questo, ma anche foto di mobilia ed oggettistica che, loro malgrado, sono targate shabby anche se con lo shabby non hanno nulla a che vedere.

Lo Shabby è infatti uno "Stile di Vita", il piacere di recuperare pezzi di arredamento o abiti che hanno già vissuto e sono li per vivere, ancora e ancora.

Mi trovo particolarmente d’accordo con quanto Michela di “Welcome Maison” pubblica sul suo blog relativamente all’ossessione e all’invasione di questa tendenza.


Vi riporto i passi più interessanti del suo post relativo all’argomento, invitandovi a leggerlo tutto.

http://maisoncharmante.blogspot.com/2010/04/invasione-shabby-chic.html

< Ma allora com'è che ora è diventato tutto "shabby"? L'arredamento in stile campagnolo (o forse sarebbe meglio dire "country" anzi, adesso usa molto il "country chic") si è trasformato in shabby chic. Il provenzale è shabby chic. Lo stile nordico è shabby chic. Le finestre all'inglese sono shabby chic. Anche la casa della mia vicina è miracolosamente diventata shabby. Una qualunque appartamento arredato con mobili chiari è shabby.
Magari i mobili in questione sono usciti dai vari "mercatoni" che scoperto il giochino dipingono tutto di bianco avorio.Vedo ovunque case (e cose) definite "shabby" che di vero shabby non hanno neppure lo zerbino, basta mettere un accessorio in plastica effetto legno bianco e un'arredamento qualunque diventa shabby>

mercoledì 2 marzo 2011

Abilmente... manca pochissimo!!!!


Finalmente!!!non vedo l'ora
Venerdì visiterò abilmente e porterò com me la mamma che, nonostante abbia ormai abbondantemente passato gli ottanta, ha le mani d'oro, contrariamente a me.
Sto già guardando in rete che cosa offre abilmente in questa edizione e sono già conquistata dall'iniziativa "Tutte pazze per il crochet". Certo vorrei conoscere Giulia in fiera..
Vi lascio il link del suo blog e vi racconterò nei prossimi giorni

http://veganormal.blogspot.com/

martedì 15 febbraio 2011

ABILMENTE 2011 – EDIZIONE PRIMAVERA





ABILMENTE 2011 – EDIZIONE PRIMAVERA
la creatività in Fiera a Vicenza
Padiglioni: F B G
Ingressi: Est e Ovest

Torna finalmente a Vicenza l’appuntamento con “Abilmente – Mostra Atelier della Manualità Creativa”, attesissima manifestazione leader in Italia nel settore della manualità creativa, evento ricco di iniziative originali e speciali per soddisfare tutte le visitatrici
E’ un appuntamento al quale non vi consiglio di mancare !!

Sono in programma:

• Tantissimi corsi e dimostrazioni
Durante le quattro giornate della manifestazione le hobbiste potranno cimentarsi negli oltre 1000 corsi e dimostrazioni che si terranno presso gli stand degli espositori e all’interno degli spazi Atelier per cogliere così tutti gli spunti offerti dagli esperti del settore.

• Un’importante area commerciale
Molti gli espositori presenti ad Abilmente autunno, provenienti da tutta Italia e oltre confine, che proporranno materiali per decoupage, scrapbooking, cucito creativo, ricamo, patchwork, bijoux, country painting e tanto altro ancora.

• Tanti scenografici Atelier
Protagonisti di Abilmente saranno ancora una volta gli Atelier, spazi dove la dimensione laboratoriale ed espositiva si fondono all’interno di ambientazioni suggestive, grazie alle quali i manufatti vengono valorizzati e re-interpretati in chiave moderna, offrendo tanti spunti interessanti per fantasiose soluzioni.
All’interno degli Atelier, oltre all’esposizione di lavori originali creati per l’occasione sarà possibile seguire i corsi e le dimostrazioni tenuti dalle più importanti scuole e creative del settore, per essere sempre aggiornati sui materiali e le tecniche più innovative, dal patchwork al cucito creativo, dal bijoux allo scrapbooking, dal feltro al ricamo, ecc...

• Le mostre
Non possono mancare ad Abilmente le mostre, anche quest’anno dedicate al mondo del patchwork e ai tessuti per il patchwork, con artisti e creativi del settore.