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mercoledì 17 agosto 2011

Ci ha lasciato l'inventore dell'ipertesto.

Si sa che oggi stiamo dando molte cose per scontate: siamo abituati a frequentare la rete, usiamo il pc per scrivere mail e documenti di testo, condividiamo foto ed immagini, ci picchiamo di essere un po' anche pubblicisti dato che “curiamo” un nostro blog.
Ecco, oggi vi chiedo di fare un attimo di pausa per ricordare insieme padre Roberto Busa, gesuita e scienziato originario di Vicenza, linguista e pioniere informatico, perchè è a lui che dobbiamo l'invenzione dell'ipertesto, quell'insieme di documenti messi in relazione tra loro tramite parole chiave.
La caratteristica principale di un ipertesto è che la lettura può svolgersi in maniera non lineare: di fatto qualsiasi documento della rete può essere "il successivo", in base alla scelta del lettore di quale parola chiave usare come collegamento. È possibile, infatti, leggere all'interno di un ipertesto tutti i documenti collegati dalla medesima parola chiave. La scelta di una parola chiave diversa porta all'apertura di un documento diverso: all'interno dell'ipertesto sono possibili praticamente infiniti percorsi di lettura.


L'Osservatore romano rende omaggio a Padre Busa ricostruendo l'invenzione dell'ipertesto per internet, anticipata dal gesuita una quindicina di anni prima degli studiosi statunitensi, e il rapporto di Busa con il fondatore dell'Ibm Thomas Watson, che finanziò il suo "Index Tomisticus", al quale il religioso ha lavorato per 40 anni.
Nel 1949 "il gesuita s'era messo in testa di analizzare l'opera omnia di san Tommaso: un milione e mezzo di righe, nove milioni di parole (contro le appena centomila della Divina Commedia). Aveva già compilato a mano diecimila schede solo per inventariare la preposizione "in", che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell'Aquinate e per confrontarli con altre fonti. In viaggio negli Stati Uniti, padre Busa chiese udienza a Thomas Watson, fondatore dell'Ibm. Il magnate lo ricevette nel suo ufficio di New York. Nell'ascoltare la richiesta del sacerdote italiano, scosse la testa: "Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d'essere più americano di noi".

Padre Busa allora estrasse dalla tasca un cartellino trovato su una scrivania, recante il motto della multinazionale coniato dal boss - Think, pensa - e la frase "Il difficile lo facciamo subito, l'impossibile richiede un po' più di tempo". Lo restituì a Watson con un moto di delusione. Il presidente dell'Ibm, punto sul vivo, ribatté: «E va bene, padre. Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà Ibm, acronimo di International business machines, in International Busa machines». «È da questa sfida fra due geni - ricorda l'Osservatore romano - che nacque l'ipertesto, quell'insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse», che l'americano Ted Nelson definì soltanto nel 1965.

Secondo di cinque figli di un capostazione, padre Busa era nato a Vicenza il 28 novembre 1913, a 16 anni era entrato nel seminario di Belluno dove aveva fatto amicizia con Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I. È stato tra i pionieri dell'uso dell'informatica per l'analisi del testo, la lessicografia e la ricerca bibliografica. Grazie all'opera da lui iniziata, la lessicografia e l'ermeneutica testuale ricevono un contributo decisivo dall'informatica linguistica. Padre Busa ha fondato nel 1992 la Scuola di Lessicografia ed Ermeneutica, costituita all'interno della facoltà di filosofia della Pontificia Università Gregoriana.
Tra i libri più recenti "Rovesciando Babele ossia tornare alle radici d'ogni lingua" e "Quodlibet, briciole del Mio Mulino" forse l'opera più aperta e pubblica dello scienziato.

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