martedì 28 giugno 2011
Ma è proprio lui?
Detesto la pubblicità, televisiva soprattutto, e ancor di più quando arriva puntuale, ad interrompere le scene più importanti di un film o un dibattito interessante dai toni accesi, ma non posso certo negare che quello spot con quel pizzico di retrò e quel bel ragazzo a bordo piscina non abbiano catturato la mia attenzione.
Per un po' mi sono chiesta se il fusto fosse proprio lui, il bellissimo Delon; la risposta è arrivata quasi casualmente, parlando con un collega, grande cinefilo.
Dior, ha utilizzato per la campagna di "Eau Sauvage", uno dei profumi più famosi della maison, anzi il loro primo profumo da uomo creato nel 1966, alcune scene prese da "La piscina" film del 1968 con Alain Delon e attori di gran fascino e professionalità indiscussa, del calibro di Romy Schneider e Jane Birkin.
Lo spot è perfetto, soprattutto il finale. E' proprio vero che, quando si cerca qualcosa di elegante e raffinato, basta uno sguardo indietro nel tempo, che gli spunti non mancano mai.
giovedì 23 giugno 2011
Solo foto, scattate col cellulare Sig!
Oggi non resisto e posto qualche foto del mio angolo di relax in giardino.
Sì perchè il giardino non è solo lavoro del tipo tagliare l'erba, raccogliere le foglie secche, tosare la siepe, abbeverare i fiori, spazzare il pavimento esterno...., ma anche quel famoso "attimo tutto per me", per il caffè con gli uccellini, un bel libro, la fioritura del platycodon, che oggi voglio dividere con chi mi segue ....
Sono foto che ho scattato stamattina mooolto presto (erano circa le 5 e 30!!)
per portarle con me durante la giornata; desideravo soprattutto vedere, con occhi diversi da chi è di parte, l'effetto del mio ultimo acquisto: l'etagere fresca fresca dal mercatino di Piazzola sul Brenta che ho posizionato dietro la colonna portante della casa.
Alle cinque del pomeriggio, ovviamente, sarà servito il the assieme ad alcuni cupcakes.
Sì perchè il giardino non è solo lavoro del tipo tagliare l'erba, raccogliere le foglie secche, tosare la siepe, abbeverare i fiori, spazzare il pavimento esterno...., ma anche quel famoso "attimo tutto per me", per il caffè con gli uccellini, un bel libro, la fioritura del platycodon, che oggi voglio dividere con chi mi segue ....
Sono foto che ho scattato stamattina mooolto presto (erano circa le 5 e 30!!)
per portarle con me durante la giornata; desideravo soprattutto vedere, con occhi diversi da chi è di parte, l'effetto del mio ultimo acquisto: l'etagere fresca fresca dal mercatino di Piazzola sul Brenta che ho posizionato dietro la colonna portante della casa.
Alle cinque del pomeriggio, ovviamente, sarà servito il the assieme ad alcuni cupcakes.
mercoledì 15 giugno 2011
In giardino non possono mancare le Ortensie
Ho visto che a tutte piacciono molto le ortensie. Credo che sia perché sono piante generose, forti ed estremamente adattabili: amano l'ombra, ma possono crescere abbastanza bene anche al sole e chiedono veramente molto poco perché vivono in ogni tipo di terreno a condizione che ci sia un regolare apporto d'acqua ed un buon drenaggio e non temono i rigori dell'inverno, tanto da resistere bene sino ai sei o sette gradi sotto zero.
Anche la potatura è abbastanza semplice; le più comuni (macrophylla) fioriscono sul legno dell'anno precedente e quindi basta ripulire i rami secchi, rimuovere i vecchi fiori ed eliminare gli steli più deboli togliendo l'ultima coppia di gemme.
Le riviste mi confermano che il vecchio fiore non va tolto sino a primavera perché si pensa sia di protezione al nuovo germoglio; tuttavia alcune ortensie (ad esempio le lacecap), perdono tutti i loro fiori con il gelo invernale.
Suggerisco anche, nelle piante di cinque-sei anni di età, di togliere circa un terzo dei nuovi rami nati al livello del suolo, così da dare luce all'interno della pianta e permettere una vigorosa lignificazione. A volte è addirittura necessario, in presenza di inverni molto piovosi e con abbondanti nevicate, come nelle mie zone, effettuare una pulitura abbastanza radicale della pianta, anche se per l’anno successivo si perde parte della fioritura.
Le ortensie rampicanti, invece, richiedono una potatura molto limitata, che serve più che altro a contenerne la crescita.
Per la quercifolia, molto gradita e di facile reperibilità nei vivai, solo potatura di riordino.
In ogni caso la potatura non è essenziale: se lasciate crescere allo stato naturale, limitandosi in primavera a togliere rami e fiori secchi, le ortensie ci ripagano con cespugli grandi e dalle forme irregolari, ma con fioritura abbondante anche se i fiori saranno più piccoli.
Il fiore dell’ortensia per forma, lunghezza dei rami e durata, si presta ad essere reciso per essere conservato durante la stagione invernale: per conservarlo a lungo va tagliato alla fine dell’estate perché quelli che sembrano petali, sono in realtà foglie trasformate e a settembre divengono più dure e resistenti assumendo una interessante nota di colore verde.
Un vaso di ortensie, inoltre, può rappresentare, se collocato sapientemente, un vero e proprio elemento di arredo, anche se non sono destinate agli interni.
Per la riproduzione delle ortensie si ricorre alla talea, da effettuarsi da aprile ad ottobre, oppure alla divisione delle radici, facile e sicura.
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giovedì 9 giugno 2011
Ancora su treni e trenini
Ormai, a causa di quel famoso regalo di Roberto (il mitico Marklin per chi non ne fosse a conoscenza), non mi trattengo più e, nel tentativo di mettermi in pari, quando navigo in rete non faccio altro che cercare informazioni sui “trenini”.
Ed è così che ho scoperto perfino il “Manuale del plasticista - Piccoli suggerimenti per l'impianto di un trenino elettrico in corrente continua” a cura di Flavio Capra, guida turistica specializzata sul trenino rosso del Bernina, cui ha dedicato un sito aggiornatissimo (maggio 2011) ed estremamente ricco di informazioni, non solo per gli amanti del modellismo, ma anche per chi condivide la passione per i viaggi in treno.
Per chi fosse interessato, oltre al manuale succitato, ad organizzare un viaggio con il mitico “Trenino rosso” della Ferrovia di Bernina che collega Tirano a S. Moritz con la Trasversale ferroviaria alpina più alta d'Europa patrimonio mondiale UNESCO, suggerisco prima un “giro” sul suo sito.
Quindi: buon viaggio a chi parte e buon lavoro ai “Plasticisti”
Ed è così che ho scoperto perfino il “Manuale del plasticista - Piccoli suggerimenti per l'impianto di un trenino elettrico in corrente continua” a cura di Flavio Capra, guida turistica specializzata sul trenino rosso del Bernina, cui ha dedicato un sito aggiornatissimo (maggio 2011) ed estremamente ricco di informazioni, non solo per gli amanti del modellismo, ma anche per chi condivide la passione per i viaggi in treno.
Per chi fosse interessato, oltre al manuale succitato, ad organizzare un viaggio con il mitico “Trenino rosso” della Ferrovia di Bernina che collega Tirano a S. Moritz con la Trasversale ferroviaria alpina più alta d'Europa patrimonio mondiale UNESCO, suggerisco prima un “giro” sul suo sito.
Quindi: buon viaggio a chi parte e buon lavoro ai “Plasticisti”
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Acquisti dei mercatini
Le mie amiche mi chiedono: ma tutte le "cose" che compri dove le metti in casa? Che cosa ne fai, le utilizzi?
Ed eccole accontenate con le ultime "trouvaille" ...
qui una piccolissima parte della mia collezione di sveglie
e qui le mie "composizioni" di fiori conservate all'interno di recenti acquisti effettuati a Piazzola sul Brenta.
Ed eccole accontenate con le ultime "trouvaille" ...
qui una piccolissima parte della mia collezione di sveglie
e qui le mie "composizioni" di fiori conservate all'interno di recenti acquisti effettuati a Piazzola sul Brenta.
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mercoledì 8 giugno 2011
Pazzi per i trenini: parte seconda
Quindi vi dicevo nel post precedente dello scompiglio creato dai “modelli rotabili” e che, comunque non era finita lì e che c’era un seguito, visto che ho uno zio, l’ultimo che mi è rimasto, ma anche il più caro, che VERAMENTE colleziona di tutto, da sempre. Basta chiedergli una cosa e ce l’ha; basta accennargli ad un “ritrovamento” di un pezzo così e cosà ed ecco che è in grado di raccontarti vita, morte e miracoli. In casa mia lo amiamo e lo stimiamo moltissimo e più di qualche volta approfittiamo della sua esperienza.
Bene è successo che vedo questo mio zio per caso, in visita alla sorella (la mia mamma) e, ancora più per caso, parlando, lui racconta che, tra le tante attività (api, miele, orto, ristrutturazioni varie) ha intrapreso la realizzazione di un plastico per il trenino per il piacere della cara nipote: si sdilinquisce in particolari, descrive le rotaie, come ha realizzato i collegamenti, il trasformatore, il passaggio a livello, ecc…..
E così mi sono sentita in dovere di raccontare del bel regalo di Roberto, del faldone consunto, dell’investitura, ecc… ; avevo stuzzicato la sua curiosità e, pochi minuti dopo, era già a casa mia a riaprire con me lo scrigno magico.
Il seguito ve lo lascio immaginare ed è un'altra serie di “Ah! Oh!” seguita da una strana richiesta relativa al prestito dei cataloghi Marklin per provvedere alla loro scansione….I “collezionisti” , si sa, sono veramente strana gente.
A proposito ho capito da mio zio che per far funzionare il trenino mi manca una cosa: cercasi trasformatore disperatamente!
Bene è successo che vedo questo mio zio per caso, in visita alla sorella (la mia mamma) e, ancora più per caso, parlando, lui racconta che, tra le tante attività (api, miele, orto, ristrutturazioni varie) ha intrapreso la realizzazione di un plastico per il trenino per il piacere della cara nipote: si sdilinquisce in particolari, descrive le rotaie, come ha realizzato i collegamenti, il trasformatore, il passaggio a livello, ecc…..
E così mi sono sentita in dovere di raccontare del bel regalo di Roberto, del faldone consunto, dell’investitura, ecc… ; avevo stuzzicato la sua curiosità e, pochi minuti dopo, era già a casa mia a riaprire con me lo scrigno magico.
Il seguito ve lo lascio immaginare ed è un'altra serie di “Ah! Oh!” seguita da una strana richiesta relativa al prestito dei cataloghi Marklin per provvedere alla loro scansione….I “collezionisti” , si sa, sono veramente strana gente.
A proposito ho capito da mio zio che per far funzionare il trenino mi manca una cosa: cercasi trasformatore disperatamente!
lunedì 6 giugno 2011
Non volevo crederci: pazzi per i trenini
Tutto è cominciato per caso, o quasi, con un collega di lavoro molto caro che ha voluto regalarmi il suo giocattolo preferito di quando era piccolo: il trenino, ma non un trenino qualsiasi, ma il mitico Märklin.
Patita come sono delle cose vecchie e di tutto quello che non ho vissuto per colpa dell’età o del fatto di essere donna, ho accettato con immenso piacere ed ho ricevuto la “scatola” direttamente dalle sue mani, in religioso silenzio, quasi come se si trattasse di una investitura.
Più che di una scatola si trattava di un vecchio schedario, del tipo da ufficio, con i lacci usurati in tela, piuttosto malconcio e pesante; un “faldone” che già mi faceva l’occhiolino, facendomi immaginare che nel suo contenuto mi sarei persa.
Ho resistito ed ho aspettato la sera per aprirlo, a casa, quando c’erano anche mio marito e mio figlio; sì anche perché ero convinta che non avrei saputo capire bene da sola l’importanza del regalo. Di fatto avevo condiviso da piccola con mio fratello maggiore i binari sui cui far circolare un trenino, qualche cambio di direzione, l’abbassarsi delle sbarre del passaggio a livello, un plastico iniziato ma mai terminato con le montagne di cartapesta, ma non mi ero mai particolarmente appassionata. Mio fratello, invece, aveva respirato l’aria della ferrovia fin da piccolo quando, a quattro anni, il nonno materno lo caricava sul Galletto Guzzi e lo portava a vedere il passaggio dei treni.
Certo non pensavo che il tanto famigerato faldone avrebbe portato un così grande scompiglio; nella scatola, oltre locomotiva, vagoni e binari, c’erano anche i vecchi cataloghi. Ed è stato lì che mi sono resa conto che gli uomini, anche da grandi, restano sempre molto bambini. I maschi di casa hanno cominciato a sfogliare il catalogo e, ad ogni pagina, era una sequela di “Ah!! Oh!! Vedi questo ce lo avevo.. Ecco la locomotiva che avevo da piccolo.. Chissà se nella casa dove sono nato ci sono ancora… “ e così via.
Insomma, in un attimo io, che avevo ricevuto il regalo, il faldone e l’investitura ero stata completamente estromessa!!
Ma non tutti i mali vengono per nuocere e così ho deciso di documentarmi sui mitici Märklin, trenini realizzati da un'azienda produttrice di giocattoli tedesca, fondata nel 1859 per molti anni leader mondiale tra i costruttori di treni modello, distintasi per l’originalità dei suoi modelli a prevalente esecuzione in metallo e per il particolare funzionamento a corrente alternata anziché continua (dove entrambe le rotaie sono la massa -più correttamente il "neutro", trattandosi di corrente alternata, mentre la "fase" è data da una serie di punti di contatto in rilievo, posti tra le due rotaie -cosiddetta "terza rotaia"); i modellini prendono infatti la corrente dai punti di contatto tramite un pattino posto sotto la locomotiva.
Ho appreso che i binari sono di tre tipi M, C e K e che il mio collega ha conservanto i Binari M, usciti di produzione, ed attualmente reperibili solo nel mercato dell'usato, che alcuni rotabili Märklin hanno alto valore, ma, naturalmente non sono moltissimi, anche se il valore generale non è poi così basso; che è addirittura possibile, per farsi un’idea della produzione Märklin, acquistare il catalogo storico (Koll’s preiskatalog) edito ogni anno, che elenca ed illustra la produzione dalle origini ad oggi. Il catalogo attribuisce anche delle quotazioni ai singoli modelli, meramente indicative, in quanto il mercato italiano ha prezzi diversi.
Ho appreso che la Märklin ha un sito ufficiale
http://www.maerklin.de/de/
; che esiste un fan club italiano dove è possibile trovare sia informazioni di carattere fermodellistico storico o tecnico legate al mondo Märklin , sia esperienze personali, immagini e tecnica.
http://www.marklinfan.net/
; che esiste un sito ed un relativo forum a disposizione di tutti gli appassionati della Marklin con il preciso scopo di contribuire alla diffusione della passione per la Marklin. http://www.3rotaie.it/
Ho anche molte altre cose da raccontarvi, ma il post si sta facendo un po’ lungo. C'è un seguito, dovuto ad uno zio appassionatissimo di tutto e collezionista di qualsiasi cosa..
Un grazie a Roberto, il mio carissimo collega che ha dato la stura a tutta una serie di nuove conoscenze.
Patita come sono delle cose vecchie e di tutto quello che non ho vissuto per colpa dell’età o del fatto di essere donna, ho accettato con immenso piacere ed ho ricevuto la “scatola” direttamente dalle sue mani, in religioso silenzio, quasi come se si trattasse di una investitura.
Più che di una scatola si trattava di un vecchio schedario, del tipo da ufficio, con i lacci usurati in tela, piuttosto malconcio e pesante; un “faldone” che già mi faceva l’occhiolino, facendomi immaginare che nel suo contenuto mi sarei persa.
Ho resistito ed ho aspettato la sera per aprirlo, a casa, quando c’erano anche mio marito e mio figlio; sì anche perché ero convinta che non avrei saputo capire bene da sola l’importanza del regalo. Di fatto avevo condiviso da piccola con mio fratello maggiore i binari sui cui far circolare un trenino, qualche cambio di direzione, l’abbassarsi delle sbarre del passaggio a livello, un plastico iniziato ma mai terminato con le montagne di cartapesta, ma non mi ero mai particolarmente appassionata. Mio fratello, invece, aveva respirato l’aria della ferrovia fin da piccolo quando, a quattro anni, il nonno materno lo caricava sul Galletto Guzzi e lo portava a vedere il passaggio dei treni.
Certo non pensavo che il tanto famigerato faldone avrebbe portato un così grande scompiglio; nella scatola, oltre locomotiva, vagoni e binari, c’erano anche i vecchi cataloghi. Ed è stato lì che mi sono resa conto che gli uomini, anche da grandi, restano sempre molto bambini. I maschi di casa hanno cominciato a sfogliare il catalogo e, ad ogni pagina, era una sequela di “Ah!! Oh!! Vedi questo ce lo avevo.. Ecco la locomotiva che avevo da piccolo.. Chissà se nella casa dove sono nato ci sono ancora… “ e così via.
Insomma, in un attimo io, che avevo ricevuto il regalo, il faldone e l’investitura ero stata completamente estromessa!!
Ma non tutti i mali vengono per nuocere e così ho deciso di documentarmi sui mitici Märklin, trenini realizzati da un'azienda produttrice di giocattoli tedesca, fondata nel 1859 per molti anni leader mondiale tra i costruttori di treni modello, distintasi per l’originalità dei suoi modelli a prevalente esecuzione in metallo e per il particolare funzionamento a corrente alternata anziché continua (dove entrambe le rotaie sono la massa -più correttamente il "neutro", trattandosi di corrente alternata, mentre la "fase" è data da una serie di punti di contatto in rilievo, posti tra le due rotaie -cosiddetta "terza rotaia"); i modellini prendono infatti la corrente dai punti di contatto tramite un pattino posto sotto la locomotiva.
Ho appreso che i binari sono di tre tipi M, C e K e che il mio collega ha conservanto i Binari M, usciti di produzione, ed attualmente reperibili solo nel mercato dell'usato, che alcuni rotabili Märklin hanno alto valore, ma, naturalmente non sono moltissimi, anche se il valore generale non è poi così basso; che è addirittura possibile, per farsi un’idea della produzione Märklin, acquistare il catalogo storico (Koll’s preiskatalog) edito ogni anno, che elenca ed illustra la produzione dalle origini ad oggi. Il catalogo attribuisce anche delle quotazioni ai singoli modelli, meramente indicative, in quanto il mercato italiano ha prezzi diversi.
Ho appreso che la Märklin ha un sito ufficiale
http://www.maerklin.de/de/
; che esiste un fan club italiano dove è possibile trovare sia informazioni di carattere fermodellistico storico o tecnico legate al mondo Märklin , sia esperienze personali, immagini e tecnica.
http://www.marklinfan.net/
; che esiste un sito ed un relativo forum a disposizione di tutti gli appassionati della Marklin con il preciso scopo di contribuire alla diffusione della passione per la Marklin. http://www.3rotaie.it/
Ho anche molte altre cose da raccontarvi, ma il post si sta facendo un po’ lungo. C'è un seguito, dovuto ad uno zio appassionatissimo di tutto e collezionista di qualsiasi cosa..
Un grazie a Roberto, il mio carissimo collega che ha dato la stura a tutta una serie di nuove conoscenze.
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mercoledì 1 giugno 2011
Sta fiorendo il Platycodon
Certo che, dal nome botanico, non si direbbe proprio quella “campanella” che si sta imponendo da un po’ sul mercato e che si trova ora fiorita anche nei supermercati e nella grande distribuzione. A dire la verità ne ho acquistati alcuni esemplari lo scorso anno al mercato a Vicenza alla bancarella di un signore un po’ anziano che non sapeva dirmi il nome della pianta e la definiva appunto “campanella”.
Mi aveva detto che la pianta, se posta in piena terra, sarebbe rifiorita anno dopo anno.
Ovviamente non gli ho creduto, ma ho voluto fare ugualmente una prova e… magia!! Ora sta proprio rifiorendo.
Si tratta del Platycodon, erbacea originaria dell'Asia. Raggiunge un’altezza massima di 30-50 cm, con foglie alterne, ovali o lanceolate, di colore verde-blu; si sta già coprendo di alcuni boccioli tondeggianti e sto trepidamente attendendo i fiori che sono a stella, con 4 o 5 lobi: i miei saranno blu, ma ne esiste anche una versione lilla, bianca e rosa.
Sulle riviste specializzate queste piccole piante sono caldeggiate per un utilizzo in bordura, come le altre specie di campanula, per la loro ricca fioritura estiva e la longevità.
Sono abbastanza versatili perché si possono porre a dimora in luogo soleggiato, oppure all'ombra parziale; come ho potuto verificare personalmente, sopportano senza problemi le temperature piuttosto gelide delle mie parti, visto che la pianta va in riposo vegetativo durante i mesi invernali, disseccando completamente la parte aerea e sviluppando le nuove foglie in primavera.
Ho letto che si possono propagare per seme, quindi, a fioritura ultimata, proverò a conservare i semi da far germinare in autunno per l’anno prossimo.
Per ora sono le uniche piante del giardino a non essere state attaccate da parassiti e a non essere state mangiucchiate dalle lumache, autentica croce dopo le zanzare tigre. Direi che per bellezza e facilità di coltura sono indicate a tutti i “pollici neri".
Mi aveva detto che la pianta, se posta in piena terra, sarebbe rifiorita anno dopo anno.
Ovviamente non gli ho creduto, ma ho voluto fare ugualmente una prova e… magia!! Ora sta proprio rifiorendo.
Si tratta del Platycodon, erbacea originaria dell'Asia. Raggiunge un’altezza massima di 30-50 cm, con foglie alterne, ovali o lanceolate, di colore verde-blu; si sta già coprendo di alcuni boccioli tondeggianti e sto trepidamente attendendo i fiori che sono a stella, con 4 o 5 lobi: i miei saranno blu, ma ne esiste anche una versione lilla, bianca e rosa.
Sulle riviste specializzate queste piccole piante sono caldeggiate per un utilizzo in bordura, come le altre specie di campanula, per la loro ricca fioritura estiva e la longevità.
Sono abbastanza versatili perché si possono porre a dimora in luogo soleggiato, oppure all'ombra parziale; come ho potuto verificare personalmente, sopportano senza problemi le temperature piuttosto gelide delle mie parti, visto che la pianta va in riposo vegetativo durante i mesi invernali, disseccando completamente la parte aerea e sviluppando le nuove foglie in primavera.
Ho letto che si possono propagare per seme, quindi, a fioritura ultimata, proverò a conservare i semi da far germinare in autunno per l’anno prossimo.
Per ora sono le uniche piante del giardino a non essere state attaccate da parassiti e a non essere state mangiucchiate dalle lumache, autentica croce dopo le zanzare tigre. Direi che per bellezza e facilità di coltura sono indicate a tutti i “pollici neri".
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martedì 31 maggio 2011
Anche il tuo vecchio argento può trasformarsi in un pezzo di storia
Ecco una iniziativa piuttosto particolare che riguarda la Città di Vicenza: si tratta dell’operazione “Trasforma il tuo vecchio argento in Storia”, resa possibile dalla collaborazione di 10 gioiellerie di Vicenza (Pavan, Ageno, Dal Ponte, Da Rin, Soprana, Donegà Paolo, Re Mida, Gino Zoccai, Marotto e Vettori) e patrocinata del Comune.
A partire dal 24 maggio, presso le gioiellerie che aderiscono al progetto e che espongono questa vetrofania ,
ogni cittadino potrà offrire il suo contributo per la rinascita di un’opera d’arte della città semplicemente consegnando quei piccoli oggetti d’argento, rotti, inutili e di poco valore economico che spesso teniamo in casa, nell’entusiasmo di lasciare un segno forte nella cultura del territorio vicentino.
Il Gioiello di Vicenza, che diverrà patrimonio dei vicentini e proprietà dell’intera comunità, consiste nella riedizione di un modello della Città di Vicenza, che fu realizzato nel 1578 in argento, con un'opera tradizionalmente attribuita a Giorgio Capobianco, su progetto di Andrea Palladio.
Venne offerto dai cittadini alla Madonna di Monte Berico per scongiurare l’epidemia di peste, ma fu distrutto dalle truppe del governo napoleonico nel 1797.
Ce ne è giunta memoria grazie ad alcuni dipinti raffiguranti il patrono della città con il prezioso modellino.
Verrà ricostruito in 3D dall’arch. Romano Concato, in forma circolare del diametro di circa 60 cm; per la sua completa realizzazione saranno necessarie 2000 ore di lavoro e almeno 30 Kg di argento.
Chi volesse maggiori informazioni può richiedere chiarimenti a: ilgioiellodivicenza@yahoo.it
E’ possibile vedere in anteprima il Gioiello di Vicenza all’indirizzo: http://gallery.me.com/vi1544#100307
A partire dal 24 maggio, presso le gioiellerie che aderiscono al progetto e che espongono questa vetrofania ,
ogni cittadino potrà offrire il suo contributo per la rinascita di un’opera d’arte della città semplicemente consegnando quei piccoli oggetti d’argento, rotti, inutili e di poco valore economico che spesso teniamo in casa, nell’entusiasmo di lasciare un segno forte nella cultura del territorio vicentino.
Il Gioiello di Vicenza, che diverrà patrimonio dei vicentini e proprietà dell’intera comunità, consiste nella riedizione di un modello della Città di Vicenza, che fu realizzato nel 1578 in argento, con un'opera tradizionalmente attribuita a Giorgio Capobianco, su progetto di Andrea Palladio.
Venne offerto dai cittadini alla Madonna di Monte Berico per scongiurare l’epidemia di peste, ma fu distrutto dalle truppe del governo napoleonico nel 1797.
Ce ne è giunta memoria grazie ad alcuni dipinti raffiguranti il patrono della città con il prezioso modellino.
Verrà ricostruito in 3D dall’arch. Romano Concato, in forma circolare del diametro di circa 60 cm; per la sua completa realizzazione saranno necessarie 2000 ore di lavoro e almeno 30 Kg di argento.
Chi volesse maggiori informazioni può richiedere chiarimenti a: ilgioiellodivicenza@yahoo.it
E’ possibile vedere in anteprima il Gioiello di Vicenza all’indirizzo: http://gallery.me.com/vi1544#100307
giovedì 26 maggio 2011
"Quando la moda torna di moda" : Mostra Mercato del Vintage a Bassano del Grappa (VI)
Ecco che, per la prima volta, il Vintage fa tappa anche a Bassano del Grappa nella splendida cornice di "Villa Giusti del Giardino", per l’occasione aperta al pubblico nel fine settimana del 28 e 29 maggio 2011 dalle 10.00 alle 19.00.
Si potrà trascorrere una piacevole giornata percorrendo le antiche stanze della villa, tipica espressione dell'architettura veneta del 600, e passeggiare nel meraviglioso parco, apprezzato per la bellezza delle piante secolari.
Foto tratta dal sito di Villa Giusti
Oltre che dall'ambientazione, il prestigio dell'evento è assicurato dalla collaborazione con Angelo Caroli, guru del vintage, organizzatore e collaboratore di tutte le più importanti fiere vintage tenutesi in Italia.
Sarà quindi una ghiotta occasione per fare acquisti convenienti, per chi voglia arricchire il proprio guardaroba o per chi ama collezionare oggetti di design o per chi, semplicemente, ritrova in queste creazioni un pezzettino del proprio passato.
Vedi anche:
Creattivando: Ha più di vent’anni, ma è Vintage?
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“Brocanteuse” e collezionista: è per sempre
Sì è proprio così: la “brocanteuse” autentica, come la collezionista, non molla mai ed è sempre alla ricerca di qualcosa; guarda con molto interesse dappertutto, scruta anche tra le cianfrusaglie che gli amici vogliono buttare . . . non si sa mai.
Se poi si imbatte, andando a passeggio per il proprio paese, in un negozio dell’usato, allora è festa.
E lo è per una serie di motivi:
i negozi dell'usato effettuano un tipo di commercio che si basa su un concetto semplice ed ecologico, che consente a chi non usa più un certo oggetto di venderlo per renderlo disponibile invece a chi può ancora apprezzarne l’utilizzo.
Si raggiungono così almeno tre obiettivi interessanti:
un introito economico per il venditore che, in caso di vendita, riceve denaro contante;
un risparmio da parte di chi compra sul prezzo di mercato;
una seconda vita all’oggetto in un sistema etico-solidale; infatti l’oggetto non viene smaltito in discarica o peggio ancora abbandonato, con conseguente salvaguardia del territorio.
Ed è con piacere che dedico questo post ad un nuovo negozio dell’usato, il primo aperto a Valdagno (Vi) a fine agosto dello scorso anno : il “Bottegone dell’Usato” .
E’ gestito da due ragazze giovani, simpatiche e spigliate: Renza e Socia (NB: in foto c'è Renza; la Socia preferisce non apparire in video o in voce).
Ovviamente, contagiata come sono dal virus del collezionista, quando posso non manco di fare una capatina.
Le foto, scattate col cellulare, non rendono giustizia né al negozio, né alle titolari; se vi trovate a passare da Valdagno, vi consiglio di fare un giro.
Non c’è la pretesa di acquistare il pezzo “antiquariale”, ma vi si può trovare anche qualcosa di particolare.
Ad esempio io ho acquistato un servizio di piatti di porcellana Bavaria stupendo, che ho voluto regalarmi per il mio compleanno, e qualche settimana fa anche le tazzine da caffè ed il trittico caffettiera, lattiera e zuccheriera che sono nella foto. C’è anche il marchio, nel caso qualche blogger esperta mi sappia dire qualcosa di più.
A Renza e Socia, che spero prima o poi leggano il post, un augurio speciale di continuare l’attività con immutato entusiasmo.
Vedi anche:
Creattivando: Contagiati dal virus del collezionista
Se poi si imbatte, andando a passeggio per il proprio paese, in un negozio dell’usato, allora è festa.
E lo è per una serie di motivi:
i negozi dell'usato effettuano un tipo di commercio che si basa su un concetto semplice ed ecologico, che consente a chi non usa più un certo oggetto di venderlo per renderlo disponibile invece a chi può ancora apprezzarne l’utilizzo.
Si raggiungono così almeno tre obiettivi interessanti:
un introito economico per il venditore che, in caso di vendita, riceve denaro contante;
un risparmio da parte di chi compra sul prezzo di mercato;
una seconda vita all’oggetto in un sistema etico-solidale; infatti l’oggetto non viene smaltito in discarica o peggio ancora abbandonato, con conseguente salvaguardia del territorio.
Ed è con piacere che dedico questo post ad un nuovo negozio dell’usato, il primo aperto a Valdagno (Vi) a fine agosto dello scorso anno : il “Bottegone dell’Usato” .
E’ gestito da due ragazze giovani, simpatiche e spigliate: Renza e Socia (NB: in foto c'è Renza; la Socia preferisce non apparire in video o in voce).
Ovviamente, contagiata come sono dal virus del collezionista, quando posso non manco di fare una capatina.
Le foto, scattate col cellulare, non rendono giustizia né al negozio, né alle titolari; se vi trovate a passare da Valdagno, vi consiglio di fare un giro.
Non c’è la pretesa di acquistare il pezzo “antiquariale”, ma vi si può trovare anche qualcosa di particolare.
Ad esempio io ho acquistato un servizio di piatti di porcellana Bavaria stupendo, che ho voluto regalarmi per il mio compleanno, e qualche settimana fa anche le tazzine da caffè ed il trittico caffettiera, lattiera e zuccheriera che sono nella foto. C’è anche il marchio, nel caso qualche blogger esperta mi sappia dire qualcosa di più.
A Renza e Socia, che spero prima o poi leggano il post, un augurio speciale di continuare l’attività con immutato entusiasmo.
Vedi anche:
Creattivando: Contagiati dal virus del collezionista
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mercoledì 25 maggio 2011
Giardinaggio
Oggi, da buona "teorica del giardinaggio", come amo definirmi, mi sono decisa a postare qualche particolare del giardino di casa mia.
In realtà non è proprio un "giardino", ma si tratta di uno spazio piccolissimo, ricavato a stento tra le abitazioni; come tale, risente del fatto di essere poco seguito, scarsamente abbeverato e non certo rivestito da un folto manto di prato inglese...
Questo è il primo spazio dove ho sistemato un arredo di tipo "provenzale", acquistato al mercatino di Piazzola sul Brenta.
Assieme alle onnipresenti lanterne Ikea, utilissime di sera, la brocca con gli iris, dipinta con il paesaggio tipico della Toscana acquistata presso il laboratorio Olpe di Castiglione della Pescaia, meta privilegiata per le vacanze.

Ed ecco ora il mio "angolo del relax", completo di sedia da regista, in un momento magico in cui le ortensie sono in piena fioritura.
In realtà non è proprio un "giardino", ma si tratta di uno spazio piccolissimo, ricavato a stento tra le abitazioni; come tale, risente del fatto di essere poco seguito, scarsamente abbeverato e non certo rivestito da un folto manto di prato inglese...
Questo è il primo spazio dove ho sistemato un arredo di tipo "provenzale", acquistato al mercatino di Piazzola sul Brenta.
Assieme alle onnipresenti lanterne Ikea, utilissime di sera, la brocca con gli iris, dipinta con il paesaggio tipico della Toscana acquistata presso il laboratorio Olpe di Castiglione della Pescaia, meta privilegiata per le vacanze.

Ed ecco ora il mio "angolo del relax", completo di sedia da regista, in un momento magico in cui le ortensie sono in piena fioritura.
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martedì 24 maggio 2011
Adesso è il loro momento: protagoniste in giardino ed in casa
Sono conosciute per i loro splendidi fiori, ma producono anche un bel fogliame; sono adatte come arbusti, ma anche come esemplari singoli in un piccolo giardino. Non necessitano di grandi cure, e capita spesso che esemplari completamente lasciati a se stessi, nei giardini di vecchie case abbandonate, continuino nel tempo a produrre i loro splendidi fiori.
Si tratta delle peonie, originarie dalla Cina, diffuse in tutto l'emisfero boreale e presenti anche nella flora italiana con alcune specie dai grandi fiori porpora e rosa, protagoniste non solo dei nostri giardini, ma anche nell’arredamento, come in questa splendida foto tratta dal catalogo di tessuti e carta da parati di Vanessa Arbuthnott.
Eccole, in tutto il loro magico splendore, in alcune splendide ispirazioni tratte dal blog Simply Me, che vi consiglio di visitare.
Per chi le acquista in vivaio ci sono ibridi e cultivar ottenuti dall'incrocio tra specie dalla particolare fioritura.
In genere le peonie sono suddivise in due grandi gruppi principali: arbustive ed erbacee.
Le più diffuse sono le erbacce, cui appartengono anche le specie presenti in natura; questi fiori vengono coltivati nei giardini europei da secoli. Si tratta di piante con radice tuberosa di grandi dimensioni; durante i mesi primaverili si sviluppano lunghi steli che portano grandi foglie frastagliate di colore verde brillante, a formare ampi cespi tondeggianti, che possono raggiungere anche il metro di altezza e di ampiezza. In primavera inoltrata, alcuni fusti sottili eretti tra il fogliame portano grandi boccioli, che produrranno enormi fiori colorati, in genere nei toni del rosa.
Esistono peonie erbacee a fiore semplice e doppio di colore rosso, rosa e bianco.
La coltivazione non presenta particolari difficoltà: i tuberi si piantano in un buon terreno soffice e fertile, ben lavorato e mescolato a poca sabbia e a dello stallatico ben maturo in una posizione ben soleggiata, necessaria a portare a termine la fioritura.
Da aprile a settembre vanno annaffiate regolarmente, quando il terreno è ben asciutto, anche se possono sopportare periodi di siccità medio-lunghi. Per le concimazioni è opportuno attendere la primavera, quando il fogliame tende a svilupparsi.
In piena fioritura i fiori sono talmente tanto grandi da piegare i fusti che li portano; per questo motivo è necessario porre dei tutori al centro del cespo di foglie, a cui assicurare i fusti con i fiori più grossi e pesanti. Bellissimi ed adatti allo scopo i tutori fotografati nel blog Blomsterverkstad di Minna.
Verso la fine dell'estate possiamo smettere di annaffiare, e in seguito possiamo tagliare il fogliame della peonia a 15-20 cm da terra; l'anno successivo la pianta ricomincerà a germogliare all'arrivo del primo tepore primaverile.
Possiamo moltiplicare le peonie erbacee dei nostri giardini dividendo le radici tuberose o i cespi di radici; in questo modo, in autunno, possiamo ottenere più piante da un solo esemplare. Ma le piante così prodotte tenderanno ad impiegare qualche anno per ben stabilirsi nel terreno e almeno un paio di anni prima di fiorire abbondantemente.
Lo stesso avviene per le piante da poco messe a dimora: le peonie infatti non amano i trasferimenti e ogni volta le spostiamo, le poniamo a dimora o le dividiamo, dobbiamo attendere almeno un paio di anni che si adattino alle nuove condizioni di coltivazione.
Possiamo ottenere nuove piante anche da seme, ma poiché i vivai commercializzano quasi esclusivamente ibridi, è probabile che pochi semi siano fertili e che le piante ottenute da seme non siano identiche alla pianta madre.
Si tratta delle peonie, originarie dalla Cina, diffuse in tutto l'emisfero boreale e presenti anche nella flora italiana con alcune specie dai grandi fiori porpora e rosa, protagoniste non solo dei nostri giardini, ma anche nell’arredamento, come in questa splendida foto tratta dal catalogo di tessuti e carta da parati di Vanessa Arbuthnott.
Eccole, in tutto il loro magico splendore, in alcune splendide ispirazioni tratte dal blog Simply Me, che vi consiglio di visitare.
Per chi le acquista in vivaio ci sono ibridi e cultivar ottenuti dall'incrocio tra specie dalla particolare fioritura.
In genere le peonie sono suddivise in due grandi gruppi principali: arbustive ed erbacee.
Le più diffuse sono le erbacce, cui appartengono anche le specie presenti in natura; questi fiori vengono coltivati nei giardini europei da secoli. Si tratta di piante con radice tuberosa di grandi dimensioni; durante i mesi primaverili si sviluppano lunghi steli che portano grandi foglie frastagliate di colore verde brillante, a formare ampi cespi tondeggianti, che possono raggiungere anche il metro di altezza e di ampiezza. In primavera inoltrata, alcuni fusti sottili eretti tra il fogliame portano grandi boccioli, che produrranno enormi fiori colorati, in genere nei toni del rosa.
Esistono peonie erbacee a fiore semplice e doppio di colore rosso, rosa e bianco.
La coltivazione non presenta particolari difficoltà: i tuberi si piantano in un buon terreno soffice e fertile, ben lavorato e mescolato a poca sabbia e a dello stallatico ben maturo in una posizione ben soleggiata, necessaria a portare a termine la fioritura.
Da aprile a settembre vanno annaffiate regolarmente, quando il terreno è ben asciutto, anche se possono sopportare periodi di siccità medio-lunghi. Per le concimazioni è opportuno attendere la primavera, quando il fogliame tende a svilupparsi.
In piena fioritura i fiori sono talmente tanto grandi da piegare i fusti che li portano; per questo motivo è necessario porre dei tutori al centro del cespo di foglie, a cui assicurare i fusti con i fiori più grossi e pesanti. Bellissimi ed adatti allo scopo i tutori fotografati nel blog Blomsterverkstad di Minna.
Verso la fine dell'estate possiamo smettere di annaffiare, e in seguito possiamo tagliare il fogliame della peonia a 15-20 cm da terra; l'anno successivo la pianta ricomincerà a germogliare all'arrivo del primo tepore primaverile.
Possiamo moltiplicare le peonie erbacee dei nostri giardini dividendo le radici tuberose o i cespi di radici; in questo modo, in autunno, possiamo ottenere più piante da un solo esemplare. Ma le piante così prodotte tenderanno ad impiegare qualche anno per ben stabilirsi nel terreno e almeno un paio di anni prima di fiorire abbondantemente.
Lo stesso avviene per le piante da poco messe a dimora: le peonie infatti non amano i trasferimenti e ogni volta le spostiamo, le poniamo a dimora o le dividiamo, dobbiamo attendere almeno un paio di anni che si adattino alle nuove condizioni di coltivazione.
Possiamo ottenere nuove piante anche da seme, ma poiché i vivai commercializzano quasi esclusivamente ibridi, è probabile che pochi semi siano fertili e che le piante ottenute da seme non siano identiche alla pianta madre.
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venerdì 20 maggio 2011
Domenica 22 maggio tutti a Vicenza per Vivi Vicenza Vintage

Anche il suggestivo corso Fogazzaro, in centro storico, tra l’incrocio con contrà S. Biagio e piazzetta dei Carmini, dalle 9 alle 19.30, vestirà “Vintage” con tripudio di vestiti, occhiali, borse, foulard, scarpe, bigiotteria, bauli, cappelli, profumi, dischi, libri, locandine e tanti altri oggetti prodotti nel recente passato e diventati di culto per qualità, design, originalità.
Si tratta di una novità assoluta per Vicenza, voluta dall’associazione “I portici di corso Fogazzaro”, in collaborazione con l’assessorato al turismo del Comune, un’occasione per appassionati e curiosi che potranno addentrarsi tra bancarelle che esporranno oggetti particolari; un modo per ritornare al passato ricordando lo stile e il modo di vivere dell’epoca,il fascino particolare del Vintage.
Saranno presenti una cinquantina di espositori provenienti da tutta Italia.
In piazzetta dei Carmini ci sarà anche un gazebo del Vespa Club di Vicenza e Lonigo con mezzi restaurati, bevande, musica e gadget. Il pubblico potrà inoltre incontrare ragazze con acconciature dell’epoca e vestite con abiti della collezione anni Ottanta della sartoria Paola Girardi di corso Fogazzaro che distribuiranno gadget e volantini. Alcuni dj, infine, proporranno musica anni ’80 e ‘90 da accompagnare agli aperitivi mentre il gruppo musicale “Magnetofono” suonerà jazz italiano anni ’50 e ’60 a partire dalle 17.
Non mancate!!!
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giovedì 5 maggio 2011
Caffè con gli uccellini
martedì 3 maggio 2011
Fritole co la “maresina”
Ne avete mai sentito parlare? Si tratta di frittelle “povere”, conosciute e diffuse credo solo nella mia zona e nelle vicine Arzignano e Chiampo; sono ottenute con un impasto a base di farina, uova, sale, acqua gasata molto fredda (o latte o birra) e lievito a piacere; si può aggiungere anche scorza di limone grattugiato, oppure grappa. Le varianti più ricche prevedono del riso lungamente bollito.

Componente fondamentale è l’Erba Amara o Matricale, detta anche Atanasia o Tanaceto (Chrysanthemum vulgare, var. Parthenium), che conferisce a queste frittelle un bel colore verde ed un inconfondibile sapore amarognolo, aromatico ma gentile, tanto che l’erba é detta, non a caso, “Maresina”. Se ne utilizzano le foglie, che vengono raccolte quando la pianta non è ancora in fiore.

Nelle zone dove vivo io, di riflesso alle celebri frittelle, la Maresìna é ingrediente pure di torte e frittate. Mia nonna era solita preparare una specie di torta, che friggeva nella farsora, e che chiamava “tortolo”: l’impasto era un po’ come quello delle frittelle, con l'aggiunta di fecola di patate, ma veniva servita come dolce, spolverata di zucchero.
Le frittelle presentano una forma allargata e piatta, con un diametro di 7-8 cm; vanno fritte in pochissimo olio e fatte girare di continuo.
Si devono servire subito, ancora calde, a piacere cosparse di zucchero semolato che viene meno assorbito dalle frittelle calde.
A me piace servirle non zuccherate, come aperitivo. Solitamente, con la stessa pastella, friggo anche alcune foglie di salvia e, se è la stagione giusta, alcuni fiori di acacia e di zucchino. Possono però essere utilizzate anche come contorno a piatti di carne, assieme anche ad altre verdure pastellate. Il gradimento è sempre molto alto: provare per credere!

Componente fondamentale è l’Erba Amara o Matricale, detta anche Atanasia o Tanaceto (Chrysanthemum vulgare, var. Parthenium), che conferisce a queste frittelle un bel colore verde ed un inconfondibile sapore amarognolo, aromatico ma gentile, tanto che l’erba é detta, non a caso, “Maresina”. Se ne utilizzano le foglie, che vengono raccolte quando la pianta non è ancora in fiore.

Nelle zone dove vivo io, di riflesso alle celebri frittelle, la Maresìna é ingrediente pure di torte e frittate. Mia nonna era solita preparare una specie di torta, che friggeva nella farsora, e che chiamava “tortolo”: l’impasto era un po’ come quello delle frittelle, con l'aggiunta di fecola di patate, ma veniva servita come dolce, spolverata di zucchero.
Le frittelle presentano una forma allargata e piatta, con un diametro di 7-8 cm; vanno fritte in pochissimo olio e fatte girare di continuo.
Si devono servire subito, ancora calde, a piacere cosparse di zucchero semolato che viene meno assorbito dalle frittelle calde.
A me piace servirle non zuccherate, come aperitivo. Solitamente, con la stessa pastella, friggo anche alcune foglie di salvia e, se è la stagione giusta, alcuni fiori di acacia e di zucchino. Possono però essere utilizzate anche come contorno a piatti di carne, assieme anche ad altre verdure pastellate. Il gradimento è sempre molto alto: provare per credere!
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lunedì 2 maggio 2011
Per gli amanti del Vintage
Segnalo la manifestazione “Vintage Design & Fashion Market”, giunta alla 2° edizione, che si terrà nei giorni 21 e 22 Maggio 2011 sul lungolago Gabriele d’Annunzio di Gardone Riviera (BS) con il seguente orario:
Sabato 21 dalle ore 10.00 alle 23.00
Domenica 22 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Sono organizzatori della manifestazione: Giordano Spinella, Graziella Belli, Gabriella Arcangeli . Per informazioni ci si può rivolgere a : belli.graziella@gmail.com

Per chi non è mai stato, è un'occasione unica per visitare la splendida ‘Isola del Garda’, meglio nota come isola Borghese, la più grande del lago di Garda.
Distante poco più di 200 metri da Capo San Fermo, promontorio che divide il golfo di Salò dalla baia dello Smeraldo, misura all'incirca un chilometro di lunghezza ed è larga in media 600 metri. A sud dell’isola si trova una catena di scogli e bassi fondali, alla fine dei quali emerge l’isolotto di San Biagio, conosciuto anche come Isola dei conigli; in prossimità dell'isola si trova lo scoglio dall’Altare, così chiamato in quanto si racconta che su di esso una volta all’anno venisse celebrata una messa alla quale assistevano i pescatori provenienti da tutto il lago a bordo delle loro barche.
Amministrativamente l'isola appartiene al territorio comunale di San Felice del Benaco.
Fu abitata sin dall’epoca romana; abbandonata nei secoli di decadenza dell'Impero Romano, per lungo tempo fu rifugio dei pirati, che assaltavano le imbarcazioni che percorrevano le rotte del lago di Garda.
Nell'879 viene per la prima volta menzionata in un decreto di Carlomanno di Baviera, che documenta la donazione dell’isola ai frati di San Zeno di Verona. Non si sa per quanto tempo l'isola rimase proprietà dei monaci, in quanto la successiva notizia la vede facente parte, intorno al 1180, del feudo concesso dall'imperatore Federico Barbarossa agli avi di Biemino da Manerba.
Nel 1220 san Francesco d'Assisi, di ritorno da un viaggio in oriente, giunse a visitare l'isola e, reputandola luogo ideale per una comunità di frati, grazie al suo carisma convinse il proprietario Biemino da Manerba a donargli l'area scogliosa della parte settentrionale, ove venne realizzato un piccolo romitorio. Nel 1227 l'eremo accolse sant'Antonio di Padova e nel 1304, secondo la tradizione, avrebbe ospitato anche il terziario francescano Dante Alighieri, che avrebbe ricordato il luogo nella Divina Commedia
Nel 1429 vi giunse san Bernardino da Siena, che in veste di vicario generale dell'ordine francescano fece trasformare il romitorio in un vero e proprio monastero, mettendo egli stesso mano al progetto per la chiesa, il chiostro, le celle e i giardini.
L’isola divenne un importante centro ecclesiastico di meditazione e ospitò illustri personaggi religiosi, tra cui il vice-generale dell'Ordine francescano padre Francesco Licheto, che a partire dal 1470 vi istituì una scuola di teologia e filosofia.
La morte di padre Francesco segnò tuttavia l'inizio della decadenza della comunità religiosa dell'isola. Dal 1685 al 1697 il convento ospitava solo i frati novizi in ritiro e, nel 1778, l'oramai vetusto monastero venne definitivamente soppresso da Napoleone Bonaparte.
Dopo essere passata al demanio, la proprietà cambiò negli anni successivi molti padroni, per giungere nel 1817 nelle mani del conte Luigi Lechi di Brescia, che fece costruire una residenza sulle rovine del monastero e eseguì importanti opere di restauro e costruzione, tra le quali il porticciolo, costruito nel 1830 su progetto dell'architetto Rodolfo Vantini. Nell'isola dimorò per molto tempo la cantante lirica Adelaide Malanotte, amante del Lechi, meravigliosa interprete delle opere del Rossini. Nel 1837 il conte cedette l'isola al fratello Teodoro, ex generale dell'esercito napoleonico, il quale fece aggiungere al complesso le terrazze sul fronte della casa. Nel 1860 l'isola fu espropriata dallo Stato per costruirvi una fortezza militare, ma il progetto venne in seguito abbandonato e nel 1870 l'isola arrivò nelle mani del duca Gaetano de Ferrari di Genova. Lui e la moglie, l'arciduchessa russa Maria Annenkoff, si dedicarono alla progettazione ed alla realizzazione del parco, con la costruzione di muri di contenimento verso il lago e il trasporto di terra fertile in cui vennero impiantate essenze autoctone. Prima della morte del duca, avvenuta nel 1893, concepirono insieme il progetto di un lussuoso palazzo da costruirsi al posto della vecchia casa Lechi. La villa, in stile neogotico - veneziano che ricorda il Palazzo ducale di Venezia, venne realizzata tra il 1894 e il 1901 su progetto dell’architetto genovese Luigi Rovelli. Il palazzo fu arricchito da terrazze sistemate a giardino all'italiana, con elaborati disegni di siepi e cespugli fioriti. Alla morte dell'arciduchessa la proprietà passò alla figlia Anna Maria – in seguito sposa del principe romano Scipione Borghese – la quale ne fece la propria residenza e arricchì il parco con essenze esotiche. Nel 1927 alla morte del principe, l’isola passò in eredità alla figlia Livia, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza.
I suoi pronipoti ancora oggi la abitano, continuando ad occuparsi del parco e della conservazione del palazzo; dal 2002 hanno aperto l'isola alle visite turistiche:
http://www.isoladelgarda.com/garda.php/p-4x1x118/Isola-del-Garda.htm
Sabato 21 dalle ore 10.00 alle 23.00
Domenica 22 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Sono organizzatori della manifestazione: Giordano Spinella, Graziella Belli, Gabriella Arcangeli . Per informazioni ci si può rivolgere a : belli.graziella@gmail.com

Per chi non è mai stato, è un'occasione unica per visitare la splendida ‘Isola del Garda’, meglio nota come isola Borghese, la più grande del lago di Garda.
Distante poco più di 200 metri da Capo San Fermo, promontorio che divide il golfo di Salò dalla baia dello Smeraldo, misura all'incirca un chilometro di lunghezza ed è larga in media 600 metri. A sud dell’isola si trova una catena di scogli e bassi fondali, alla fine dei quali emerge l’isolotto di San Biagio, conosciuto anche come Isola dei conigli; in prossimità dell'isola si trova lo scoglio dall’Altare, così chiamato in quanto si racconta che su di esso una volta all’anno venisse celebrata una messa alla quale assistevano i pescatori provenienti da tutto il lago a bordo delle loro barche.
Amministrativamente l'isola appartiene al territorio comunale di San Felice del Benaco.
Fu abitata sin dall’epoca romana; abbandonata nei secoli di decadenza dell'Impero Romano, per lungo tempo fu rifugio dei pirati, che assaltavano le imbarcazioni che percorrevano le rotte del lago di Garda.
Nell'879 viene per la prima volta menzionata in un decreto di Carlomanno di Baviera, che documenta la donazione dell’isola ai frati di San Zeno di Verona. Non si sa per quanto tempo l'isola rimase proprietà dei monaci, in quanto la successiva notizia la vede facente parte, intorno al 1180, del feudo concesso dall'imperatore Federico Barbarossa agli avi di Biemino da Manerba.
Nel 1220 san Francesco d'Assisi, di ritorno da un viaggio in oriente, giunse a visitare l'isola e, reputandola luogo ideale per una comunità di frati, grazie al suo carisma convinse il proprietario Biemino da Manerba a donargli l'area scogliosa della parte settentrionale, ove venne realizzato un piccolo romitorio. Nel 1227 l'eremo accolse sant'Antonio di Padova e nel 1304, secondo la tradizione, avrebbe ospitato anche il terziario francescano Dante Alighieri, che avrebbe ricordato il luogo nella Divina Commedia
Nel 1429 vi giunse san Bernardino da Siena, che in veste di vicario generale dell'ordine francescano fece trasformare il romitorio in un vero e proprio monastero, mettendo egli stesso mano al progetto per la chiesa, il chiostro, le celle e i giardini.
L’isola divenne un importante centro ecclesiastico di meditazione e ospitò illustri personaggi religiosi, tra cui il vice-generale dell'Ordine francescano padre Francesco Licheto, che a partire dal 1470 vi istituì una scuola di teologia e filosofia.
La morte di padre Francesco segnò tuttavia l'inizio della decadenza della comunità religiosa dell'isola. Dal 1685 al 1697 il convento ospitava solo i frati novizi in ritiro e, nel 1778, l'oramai vetusto monastero venne definitivamente soppresso da Napoleone Bonaparte.
Dopo essere passata al demanio, la proprietà cambiò negli anni successivi molti padroni, per giungere nel 1817 nelle mani del conte Luigi Lechi di Brescia, che fece costruire una residenza sulle rovine del monastero e eseguì importanti opere di restauro e costruzione, tra le quali il porticciolo, costruito nel 1830 su progetto dell'architetto Rodolfo Vantini. Nell'isola dimorò per molto tempo la cantante lirica Adelaide Malanotte, amante del Lechi, meravigliosa interprete delle opere del Rossini. Nel 1837 il conte cedette l'isola al fratello Teodoro, ex generale dell'esercito napoleonico, il quale fece aggiungere al complesso le terrazze sul fronte della casa. Nel 1860 l'isola fu espropriata dallo Stato per costruirvi una fortezza militare, ma il progetto venne in seguito abbandonato e nel 1870 l'isola arrivò nelle mani del duca Gaetano de Ferrari di Genova. Lui e la moglie, l'arciduchessa russa Maria Annenkoff, si dedicarono alla progettazione ed alla realizzazione del parco, con la costruzione di muri di contenimento verso il lago e il trasporto di terra fertile in cui vennero impiantate essenze autoctone. Prima della morte del duca, avvenuta nel 1893, concepirono insieme il progetto di un lussuoso palazzo da costruirsi al posto della vecchia casa Lechi. La villa, in stile neogotico - veneziano che ricorda il Palazzo ducale di Venezia, venne realizzata tra il 1894 e il 1901 su progetto dell’architetto genovese Luigi Rovelli. Il palazzo fu arricchito da terrazze sistemate a giardino all'italiana, con elaborati disegni di siepi e cespugli fioriti. Alla morte dell'arciduchessa la proprietà passò alla figlia Anna Maria – in seguito sposa del principe romano Scipione Borghese – la quale ne fece la propria residenza e arricchì il parco con essenze esotiche. Nel 1927 alla morte del principe, l’isola passò in eredità alla figlia Livia, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza.
I suoi pronipoti ancora oggi la abitano, continuando ad occuparsi del parco e della conservazione del palazzo; dal 2002 hanno aperto l'isola alle visite turistiche:
http://www.isoladelgarda.com/garda.php/p-4x1x118/Isola-del-Garda.htm
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venerdì 29 aprile 2011
Ha più di vent’anni, ma è Vintage?
Credo che non sia ancora ben chiaro a tutti il significato del termine Vintage, diventato ormai di uso quotidiano. Si tratta di una parola inglese, di derivazione francese (Vendenge), che a sua volta trova la sua etimologia nel latino “Vindemia”, poiché sta ad indicare un’annata di vino particolarmente importante.
Vintage è quindi un attributo riservato ad un prodotto che è sicuramente d’eccellenza, di valore tale da aumentare nel corso del tempo.
Se ci pensiamo, ci rendiamo conto di come le cose vecchie autentiche, per la loro stessa natura, non invecchino: sono dei classici, degli “ever green”; concluso il loro ciclo di vita, migrano nei canali dell'antiquariato. Emergono di generazione in generazione come un tributo ad un passato spesso idealizzato; sono superati dall'evoluzione tecnologica e dalle oscillazioni del gusto, ma non sono mai messi definitivamente in soffitta.
E' vintage un oggetto che, se pur superato da mille altri successivi più nuovi e di tendenza, non è mai “passato di moda” e rimane sempre attuale per alcune sue peculiarità. Non è solo ciò che rievoca un’epoca passata e usi e costumi che hanno caratterizzato la ns. storia o la storia dei ns. genitori, ma è uno “stato sentimentale”, l’espressione massima di un senso di nostalgia, quasi una sorta di mitizzazione.
E' vintage non solo perchè ha superato i vent’anni, ma perchè deve trasmettere un messaggio d’incanto, descrivere un’emozione nostalgica e donare un’anima agli oggetti del passato che vivono con noi il tempo di oggi.
Vintage è quindi un attributo riservato ad un prodotto che è sicuramente d’eccellenza, di valore tale da aumentare nel corso del tempo.
Se ci pensiamo, ci rendiamo conto di come le cose vecchie autentiche, per la loro stessa natura, non invecchino: sono dei classici, degli “ever green”; concluso il loro ciclo di vita, migrano nei canali dell'antiquariato. Emergono di generazione in generazione come un tributo ad un passato spesso idealizzato; sono superati dall'evoluzione tecnologica e dalle oscillazioni del gusto, ma non sono mai messi definitivamente in soffitta.
E' vintage un oggetto che, se pur superato da mille altri successivi più nuovi e di tendenza, non è mai “passato di moda” e rimane sempre attuale per alcune sue peculiarità. Non è solo ciò che rievoca un’epoca passata e usi e costumi che hanno caratterizzato la ns. storia o la storia dei ns. genitori, ma è uno “stato sentimentale”, l’espressione massima di un senso di nostalgia, quasi una sorta di mitizzazione.
E' vintage non solo perchè ha superato i vent’anni, ma perchè deve trasmettere un messaggio d’incanto, descrivere un’emozione nostalgica e donare un’anima agli oggetti del passato che vivono con noi il tempo di oggi.
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martedì 26 aprile 2011
Piccole stelle color bianco panna
Se andate a passeggio, in questi giorni potete notare delle piante con fusti erbacei e non molto sviluppati, piene di piccoli fiori color bianco panna, a forma di stella, raccolti in infiorescenze ombrellifere, piuttosto profumati: si tratta del sambuco.

Giunti a maturazione in autunno, i fiori diventeranno drupe, cioè piccole bacche lucenti di color nero-violaceo, dal sapore acidulo, riunite in grappoli.

Il sambuco è pianta comune nei luoghi incolti situati presso il mare come in montagna, ove cresce numeroso nella zona del faggio, del castagno e delle querce.
I fiori vengono fatti essiccare e si conservano poi in vasi a chiusura ermetica in modo da averli a disposizione in ogni periodo dell'anno. Anticamente venivano posti nelle cassette di frutta perché ne favorivano la conservazione, mentre con le bacche si preparava una confettura ricca di vitamina C.
Per chi li vuole raccogliere, i fiori freschi trovano utilizzo nelle insalate, nelle frittate e nelle macedonie; inoltre si possono utilizzare per preparare le frittelle, utilizzando la ricetta che vi riporto qui sotto.
Tra i “si dice” del Sambuco: provare per credere
• Una manciata di fiori freschi di sambuco, una di fiori di tiglio e una di camomilla in una ciotola, coperta di acqua calda e compressa fino ad ottenerne una poltiglia da porre tra due garze, si dice sia un’ottima maschera tonificante
• L’infuso delle foglie di sambuco si dice curi i raffreddori
• Il decotto delle bacche di sambuco si dice sia un buon lassativo
• Al sambuco si attribuivano in passato poteri magici, contro demoni e streghe; oggi piantare un sambuco vicino alle finestre di casa si dice tenga lontane dall’interno le mosche.

Non ho mai provato ad utilizzare il sambuco per scopi alimentari, ma ritengo che i fiori siano molto decorativi.
Se vi cimentate nelle frittelle, eccovi la ricetta: sappiatemi dire!
Ingredienti:
10 fiori di sambuco
100 grammi di farina 00
acqua fredda quanto basta
un po’ di zucchero
olio extravergine d’oliva
I fiori vanno colti ed utilizzati subito perché tendono a deteriorarsi velocemente; spruzzateli leggermente con un po’ d’acqua per lavarli, poi scuoteteli per asciugarli; devono essere eliminati i gambi più grossi e duri.
Preparate una pastella né troppo densa né troppo liquida, lasciandola riposare in frigo per almeno un’ora. Preparate quindi la padella per friggere. Quando l’olio è a temperatura, intingete un fiore di sambuco alla volta nella pastella, tenendolo per il gambo, e poi mettetelo subito a testa in giù nell’olio bollente; dopo due o tre minuti giratelo, aspettate che sia dorato e croccante anche sull’altro lato e mettetelo ad asciugare su un foglio di carta per il pane per assorbire l’unto in eccesso.
I fiori vanno serviti possibilmente caldi, spolverati con un po’ di zucchero.

Giunti a maturazione in autunno, i fiori diventeranno drupe, cioè piccole bacche lucenti di color nero-violaceo, dal sapore acidulo, riunite in grappoli.

Il sambuco è pianta comune nei luoghi incolti situati presso il mare come in montagna, ove cresce numeroso nella zona del faggio, del castagno e delle querce.
I fiori vengono fatti essiccare e si conservano poi in vasi a chiusura ermetica in modo da averli a disposizione in ogni periodo dell'anno. Anticamente venivano posti nelle cassette di frutta perché ne favorivano la conservazione, mentre con le bacche si preparava una confettura ricca di vitamina C.
Per chi li vuole raccogliere, i fiori freschi trovano utilizzo nelle insalate, nelle frittate e nelle macedonie; inoltre si possono utilizzare per preparare le frittelle, utilizzando la ricetta che vi riporto qui sotto.
Tra i “si dice” del Sambuco: provare per credere
• Una manciata di fiori freschi di sambuco, una di fiori di tiglio e una di camomilla in una ciotola, coperta di acqua calda e compressa fino ad ottenerne una poltiglia da porre tra due garze, si dice sia un’ottima maschera tonificante
• L’infuso delle foglie di sambuco si dice curi i raffreddori
• Il decotto delle bacche di sambuco si dice sia un buon lassativo
• Al sambuco si attribuivano in passato poteri magici, contro demoni e streghe; oggi piantare un sambuco vicino alle finestre di casa si dice tenga lontane dall’interno le mosche.

Non ho mai provato ad utilizzare il sambuco per scopi alimentari, ma ritengo che i fiori siano molto decorativi.
Se vi cimentate nelle frittelle, eccovi la ricetta: sappiatemi dire!
Ingredienti:
10 fiori di sambuco
100 grammi di farina 00
acqua fredda quanto basta
un po’ di zucchero
olio extravergine d’oliva
I fiori vanno colti ed utilizzati subito perché tendono a deteriorarsi velocemente; spruzzateli leggermente con un po’ d’acqua per lavarli, poi scuoteteli per asciugarli; devono essere eliminati i gambi più grossi e duri.
Preparate una pastella né troppo densa né troppo liquida, lasciandola riposare in frigo per almeno un’ora. Preparate quindi la padella per friggere. Quando l’olio è a temperatura, intingete un fiore di sambuco alla volta nella pastella, tenendolo per il gambo, e poi mettetelo subito a testa in giù nell’olio bollente; dopo due o tre minuti giratelo, aspettate che sia dorato e croccante anche sull’altro lato e mettetelo ad asciugare su un foglio di carta per il pane per assorbire l’unto in eccesso.
I fiori vanno serviti possibilmente caldi, spolverati con un po’ di zucchero.
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